Questa settimana “Lettere in soffitta” si riveste e festeggia Ariosto e i 500 anni dell’Orlando Furioso. Per tale occasione Ferrara si è armata di ossequiosa ammirazione e ha deciso di imbastire una mostra  che ripercorresse tutto il poema tra disegni, dipinti, reperti  e antichi documenti. Il viaggio letterario così proposto è stato inaugurato a Palazzo Diamanti il 24 settembre e resterà aperto al pubblico fino all’8 gennaio 2017.

File rouge del percorso, una semplice domanda che riecheggia in ogni stanza: Che cosa vede Ariosto quando chiude gli occhi?

Se voleste lasciarvi trasportare da storie e leggende, riaperti gli occhi dopo un salto nel passato, vi ritrovereste a scorgere  un ritratto, la cornice di uno specchio, una vecchia stampa e un corno: gli ingredienti perfetti per un poema cavalleresco sull’arme e gli amori come quello di Ludovico Ariosto (1474-1533).

Parliamo del Ritratto di un giovane“, di Bartolomeo Veneto, fondamentale per il simbolo raffigurato sul petto del ragazzo, il labirinto:  l’elemento iconografico torna continuamente per indicare gli intrecci delle storie dei personaggi e districarne le trame.

Subito dopo, la cornice, che sembra ricordare la forma di uno scudo, introduce la logica viscerale delle vicende che intrappolano le donne e i cavalieri di Ariosto: in cima appare la y pitagorica, la lettera del bivio, che rappresenta la scelta tra bonum et malum che ciascun personaggio all’interno dell’opera è costretto a compiere. A partire da desta, le bestie del male lasciano spazio agli esseri del bene e il tutto si conclude con lo stemma personale di Alfonso d’Este, la granata svampante.

All’interno di una teca, l’unico esemplare della più antica stampa dell’Orlando Innamorato di Matteo Boiardo, la cui prima edizione del 1482/1483 non è pervenuta. Da qui Ariosto trae il suo incipit: Carlo Magno, re dei Franchi, vien sorpreso e assediato a Parigi dai Saraceni. L’Orlando furioso ricomincia da lì, con gli stessi personaggi e le stesse storie.

Ma ciò che ci fa planare direttamente nel 778 d.C., nella gola di Roncisvalle, è il corno d’avorio lavorato. Le cronache carolinge, per prime, cantano la disfatta della retroguardia franca distrutta dalle popolazione basche ed introducono il personaggio di Orlando. Un anonimo cantore decide poi di renderlo protagonista di un componimento, la Chanson de Roland, attribuibile all’XI secolo. Orlando è l’unico superstite, che lotta fino all’ultimo e, pur destreggiandosi valorosamente con la sua Durendal tra i nemici, viene sopraffatto. Divampa il mito per cui quello sia il famoso corno con cui il cavaliere avrebbe invocato i soccorsi, cercando di richiamare l’attenzione del re Carlo e con cui avrebbe ucciso l’ultimo saraceno. Date alcune lesioni riportate sulla parte finale del reperto, si potrebbe quasi accettare la leggenda ma, di fatto, la realtà è che si tratta di un esemplare molto simile; d’altronde, è pur sempre apprezzabile un’immagine che sappia evocare gesta e peripezie di cui si legge.

Attraverso il poema, Ariosto lascia rivivere squarci di quotidianità. I duelli e le giostre cavalleresche, un tempo momento di allenamento, erano motivo di raduno collettivo, di festa e di sfoggio, soprattutto davanti le proprie dame.

Amori e armi si intersecano, si alternano, si aggrovigliano e la grandezza dell’autore risiede proprio nella sua abilità di mantenere ferme le redini di ciascuna storia, lasciando l’eco di un narratore onnisciente che, esile e d’oro come un filo di Arianna, accompagna il lettore all’uscita dell’insidioso labirinto.

Caratteristiche che contraddistinguono la tecnica di Ariosto sono la sua capacità di variare spesso i piani di inquadratura, come sottolinea Marco Praloran, vincendo la critica di Da Vinci riguardo all’inferiorità della poesia rispetto alla pittura. Secondo Leonardo, infatti, soprattutto nelle scene di battaglia, la poesia si trova costretta a descrivere una scena dopo l’altra senza poter fornire una visione completa finale.

Altra firma d’autore, è il rispecchiamento nel poema degli intrighi di corte. Difatti, fin dalla prima edizione del 1516, subentrano le vicende dei signori di Ferrara: ad esempio, dalle nozze di Bradamante e Ruggero avrà origine la casata d’Este. E dai vizi e virtù cortesi, l’autore trae ispirazione per la sua commedia umana che sfocerà nelle Satire.

L’opera si nutre di realtà e fantasia, di vecchio e nuovo; si rifiuta di descrivere, tramite connotati fisici, i suoi paladini e si avvale dell’escamotage di donne guerriero. Tale sorprendente scelta era stata già testata da Boiardo ma Ariosto aggiunge nuove sfumature ai personaggi femminili: come Angelica con Medoro, le donne sono oggetto tanto quanto soggetti del desio.

L’elemento fantastico risente dell’ideal cortese e delle audaci imprese del regno arturiano e carolingio; affonda le basi nella mitologia classica e avanza a ritmo di nuove scoperte geografiche.

L’autore indaga anche il reale e cerca di filtrare attraverso la sua poesia due grandi propensioni umane: il desiderio e la follia, indelebilmente connesse. Ciascun essere umano ha un desiderio che prelude al proprio destino e toglie il senno, recuperabile solo sulla Luna. Come Tristano e Lancillotto, già folli d’amore, Orlando diventa furioso ricalcando gli stessi passi dell’Hercules furens di Seneca.

Nel corso delle tre edizioni (1516-1521-1532), la crescita del poema è evidente: si hanno spunti narrativi diversi; la lingua cambia e assimila i dettami delle Prose di Bembo.  Muta il mondo riflesso all’interno dell’opera: da un poema estense si arriva ad una composizione dai tratti fieri di un’italianità fiorente.

Dopo l’età d’oro di Carlo V, la questione linguistica, i nuovi confini geografici, i poemi cavallereschi sfumeranno per ritrovarsi, impotenti, contro i mulini a vento del Don Chisciotte, ultimo romanzo del genere.

 

Pamela Valerio

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