Dalì è in mostra a Bologna fino al 7 maggio 2017.

In questa mostra dedicata a Salvador Dalì sono presenti diverse stampe e sculture. Tra queste, la Woman Aflame, la Space Venus, la persistenza della memoria, Venus a la giraffe e, di dimensioni contenute, ma di grande fascino, il Cigno Elefante.

All’entrata si riceve un’audioguida in forma di penna, un chupa chups e dei baffi alla Dalì. Il chupa chups non è casuale, in quanto l’artista catalano ne ridisegnò il logotipo nel 1968.

Quasi ogni stanza prevede la partecipazione del visitatore. In una delle prime è presente una cassettiera, sotto un pannello. Aprendo un cassetto si fa comparire sul pannello un’opera di Dalì. Ogni cassetto fa comparire un’opera diversa e tutta la mostra è all’insegna di questa interattività che consente al visitatore un’esperienza personalizzata.

Diverse stampe sono influenzate da fonti letterarie. Sono presenti quelle ispirate da Les amours jaunes di Corbiére, dal Decameron, dall’Arte d’amare di Ovidio. Un’altra serie molto interessante, dove l’esuberante stile di Dalì va in perfetto accordo con quello della  fonte, è quella dedicata a Gargantua e Pantagruel di Rabelais.

Altra caratteristica della Dalì Experience è la multimedialità. Dalle citazioni sparse sui i muri, ai barriti nell’audioguida che accompagnano l’ingresso nella stanza in cui sono presenti sculture di elefanti alla musica, il visitatore è immerso in un mondo surreale ed è continuamente sollecitato da stimoli visivi (che vanno al di là delle opere in questione) e auditivi.

Sui muri della mostra sono riportate frasi appartenenti a Dalì o ad autori che l’hanno ispirato (per esempio, Lewis Carroll). Una di queste riassume, nel bene e nel male, lo spirito della mostra: “what is important is to spread confusion, not eliminate it”. Se da un lato, infatti, mettere nell’audioguida dei barriti nel momento in cui si entra nella “stanza degli elefanti” è sia coraggioso che appropriato, sorge però il rischio di confondere e infine distrarre il visitatore. In certi punti del percorso, che assomigliano più a un parco giochi che a una mostra, viene il sospetto che per accogliere il genio vulcanico e capriccioso di Dalì sarebbe stato necessario uno sfondo più sobrio. Bisogna però riconoscere la buona fede. Gli ideatori della mostra hanno inventato qualcosa abbastanza divertente e interattiva da risultare appetibile anche  a chi è allergico ai musei. Inoltre, la cosa è assolutamente nello spirito di Dalì. Per chi si rendesse conto di fare più attenzione ai barriti che alle opere esposte, si consiglia – almeno temporaneamente – di zittire l’audioguida.

Luca Ventura

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