Detta così, sembra una di quelle boutade acchiappaclick che abbondano nel mare magnum del world wide web. Invece stavolta la fonte è di quelle autorevoli – il Washington Post – e rivela una notizia contenuta in un rapporto segreto della Cia, secondo il quale la Russia avrebbe influenzato le elezioni americane per aiutare il Donald Trump a conquistare la presidenza.

Tutto sarebbe partito dalla rivelazione a Wikileaks di diverse migliaia di email riferite, a vario titolo, al Partito Democratico, che hanno messo nei guai prima Debbie Wasserman Schultz, ex presidente del partito, e successivamente John Podesta, presidente della campagna elettorale di Hillary Clinton, la vera danneggiata dalla vicenda.

Quando se n’era parlato, l’ipotesi più probabile era quella di una lieve perdita di consenso per la candidata alla presidenza, che ha dovuto invece affrontare uno scenario molto più negativo, e cioè la sconfitta elettorale contro Trump, che partiva, come tutti ricordano, in netto svantaggio.

Le rivelazioni del quotidiano della capitale statunitense suggeriscono adesso che, nel bel mezzo della propaganda elettorale, persone vicine al governo russo abbiano hackerato la corrispondenza dell’entourage di Clinton, per poi consegnare il prodotto della propria “missione” al sito d’informazione gestito da Julian Assange.

Di missione, infatti, potrebbe proprio essere il caso di parlare, poiché le accuse del Washington Post disegnano i contorni di un’operazione organizzata dal governo russo per indebolire la posizione della candidata democratica, favorendo di conseguenza l’elezione del suo avversario.

L’obiettivo, a quanto pare, è stato raggiunto, anche se non è certo possibile imputare soltanto ad un’ipotetica azione di intelligence il rovesciamento di un pronostico elettorale.

Di certo, però, rimane la gravità dell’accusa, energicamente respinta, più che dai destinatari, dal suo maggiore beneficiario, il prossimo presidente americano, Donald Trump.

Il magnate ha affidato la sua replica al Time, affermando di non credere che gli hacker russi abbiano influito sulla sua elezione, anche perché gli hacker – o, per meglio dire in questo caso, i cracker – potrebbero aver agito da qualsiasi parte del mondo e, soprattutto, per committenti imprecisati.

Con un buona dose di sarcasmo, attraverso il suo team, Trump ha aggiunto inoltre come della CIA – autrice del rapporto – facciano parte le stesse persone che dicevano che Saddam Hussein aveva armi di distruzione di massa, notizia poi rivelatasi falsa ma che costituì un valido pretesto per George W. Bush per invadere l’Iraq nel 2003.

A prescindere dalle schermaglie fra le parti in causa, una notizia del genere ha avuto l’effetto di sollevare più di un dubbio sul perché la Russia avrebbe dovuto favorire Donald Trump nella corsa alla Casa Bianca.

Questi ed altri interrogativi devono avere spinto il Congresso ad indagare sulle presunte ingerenze di Mosca nella campagna elettorale americana. Dieci membri del Collegio elettorale, infatti, hanno chiesto al direttore dell’intelligence maggiori informazioni sull’argomento, che verrà approfondito dalle commissioni Intellingence e Forze Armate del Senato.

Dal punto di vista politico, la notizia è che fra i promotori dell’indagine ufficiale vi sono anche esponenti del partito repubblicano – come l’ex candidato alla Casa Bianca John McCain –, il che dimostra come la figura del neopresidente non ancora insediato sia invisa anche all’interno del proprio partito. Ed è questa, con ogni probabilità, la sfida più importante da vincere per Donald Trump.

Carlo Rombolà