«J’ai décidé de ne pas être candidat à l’élection présidentielle» : è con questa frase che François Hollande, arrivato al suo quinto anno di mandato, ha rinunciato a ricandidarsi per le elezioni presidenziali previste per aprile 2017. C’è chi ha salutato questa decisione come una prova di grande coraggio da parte di un presidente crollato ai minimi storici nei sondaggi (l’intenzione di voto per Hollande nell’eventualità della sua candidatura alla testa del PS oscillava tra il 7,5 e il 13%). Fatto sta che – masochismo a parte –  sarebbe stato difficile comprenderne le motivazioni se si fosse presentato alle primarie, di fronte a quegli stessi elettori che si sono sentiti traditi dal candidato che doveva incarnare il cambiamento. [Quando nel 2012 divenne presidente della Repubblica una folla spontanea si riversò in Place de la République, per festeggiare il primo presidente socialista dall’epoca di Mitterand ndr.]

Abbandonando il campo, ha scritto Le Monde, Hollande ha aperto i giochi: fino al 15 dicembre sono ancora aperte le liste di iscrizione alle primarie di centro-sinistra, che si terranno a fine gennaio. Seppure non ancora ufficiale, sembra altamente probabile la candidatura di Manuel Valls, attuale primo ministro. Certo è che è difficile immaginare i delusi di Hollande e del suo quinquennato votare per il primo ministro dal 49.3 facile: il famigerato articolo della costituzione che permette di bypassare la discussione parlamentare per far passare “in forza” le leggi, è stato utilizzato cinque volte durante il governo Valls, due per la Loi Macron sur l’économie et la croissance e tre per far passare la contestatissima Loi Travail.

Al momento si contano sei iscritti alle primarie socialiste: l’ecologista François de Rugy, Jean Luc Benhamias del Front Socialiste, e quattro tesserati PS, tra i quali
spiccano i nomi di Benoit Hamon e Arnaud Montebourg. Recentemente sono circolate numerose petizioni che chiedevano la candidatura di Christiane Taubira, ex ministro della giustizia del governo, dimessasi dopo la proposta di iscrivere la déchéance de nationalité nella costituzione. La sinistra, alla ricerca disperata di rappresentanza, ha visto in Taubira, donna, antillese e dell’ala sinistra del partito la figura ideale per questo ruolo, ma l’ex guardasigilli sembra decisa a non volersi presentare alle primarie. Ma chi vorrebbe presentarsi alle elezioni con un partito che è dato fuori dal secondo turno in tutti i sondaggi da più di un anno?

Se a sinistra continua il balletto delle candidature, a destra il sipario è già calato sullo spettacolo delle primarie, conferendo la palma della vittoria a François Fillon, espressione dell’ala più reazionaria del partito Les Republicains (ex-UMP), e favorito da tutti i sondaggi. E la destra ha il vento in poppa. Malgrado qualche ottimista avesse ipotizzato che la vittoria di Fillon alle primarie del centrodestra avrebbe polarizzato i voti più conservatori e avrebbe estromesso Marine Le Pen dal secondo turno, il Front National sembra godere ancora di ottima salute: il partito della tolleranza zero sull’immigrazione e della Frexit galoppa nei sondaggi ed è quasi certo che ce lo ritroveremo al secondo turno. Sarebbe la seconda volta che il partito di estrema destra si troverebbe alla soglia dell’Eliseo: la prima, nel 2002, si è conclusa con la vittoria di Jacques Chirac al ballottaggio con l’82% (le gioie del sistema elettorale francese…)

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