La povertà in Italia rappresenta una realtà sempre più attuale. Per questo motivo l’associazione Openpolis, in collaborazione con ActionAid, ha realizzato un dossier denominato “Poveri noi” che fa il punto sulla situazione.

Dal dossier si evince che dal 2008 a oggi la povertà in Italia è raddoppiata, infatti oggi 4,6 milioni di persone, quasi l’8% della popolazione residente in Italia, vivono in condizioni di povertà assoluta. Se si contano le persone al di sotto della linea di povertà relativa, i poveri sono 8,3 milioni, il 13,7% della popolazione.

Queste situazioni colpiscono spesso chi non ha un lavoro, come giovani o esodati, ma anche le famiglie operaie, il cui tasso di povertà è passato dal 3,9% del 2008 all’attuale 11,7%. Ancora più ampio il numero di persone a rischio povertà o esclusione sociale, aumentate dal 25,6% al 28,7%. Uno degli incrementi maggiori in Europa dall’inizio della crisi a oggi.
Infatti, in Italia si rilevano delle particolarità diverse dal resto d’Europa: il più alto tasso di giovani che non studiano e non lavorano e una delle più basse percentuali di donne che continuano a lavorare dopo la maternità.

Il Mezzogiorno è stato colpito più fortemente da questo fenomeno: la povertà è raddoppiata dal 2005 al 2015. Il sud del Paese ospita il 45% dei poveri assoluti italiani, nonostante solo poco più di un terzo della popolazione viva nelle regioni meridionali.

Il dossier analizza anche la situazione della povertà delle famiglie e non solo quella dei singoli individui. È tristemente interessante osservare come i nuclei familiari in stato di povertà assoluta siano raddoppiati, da 819 mila a 1,6 milioni, dal 3,6% al 6,10%.
Altri dati sono ancora più sconvolgenti:

«Su 100 famiglie, 6 non possono permettersi un tenore di vita accettabile. Sono aumentate del 65% quelle che non possono permettersi di riscaldare la propria abitazione e dell’81% quelle che non consumano pasti proteici almeno 3 volte a settimana.»

Per quanto riguarda i relativamente poveri, non si fa riferimento all’idea della semplice sopravvivenza o a quella di un livello di vita ritenuto almeno accettabile, come per i poveri assoluti, ma alla condizione della persona in confronto alla media della popolazione definita convenzionalmente. I poveri relativi sono cresciuti dall’11,1% del 2005 al 13,7%, e attualmente contano 8,3 milioni di persone.

Nel 2005 i poveri assoluti erano circa 2 milioni e coincidevano più o meno con i disoccupati.

Oggi, invece, i disoccupati sono 3,1 milioni, i poveri assoluti 4,6 milioni, ciò vuol dire che in molti casi la condizione di povertà assoluta potrebbe non essere associata alla mancanza di lavoro. Il rischio di povertà tra i lavoratori è aumentato in 7 Stati europei su 10. L’Italia è il quarto paese in cui è aumentato di più: da 8,7 lavoratori su 100 del 2005 agli 11 di oggi. I nuclei familiari più soggetti alla povertà sono quelli in cui la persona di riferimento è un operaio o è in cerca di occupazione. Tra le famiglie operaie il tasso di povertà assoluta è triplicato rispetto al 2005, passando dal 3,9% all’11,7% del 2015.

Per l’ISTAT è sufficiente un’ora di lavoro a settimana per essere considerati occupati. Quindi è considerato occupato anche chi viene pagato con i voucher. Nel 2015, 1,4 milioni di lavoratori sono stati retribuiti in questo modo.

A questo punto il dossier analizza la situazione dal punto di vista generazionale.

I soggetti più facilmente colpiti dalla crisi sono i giovani che si apprestano ad affacciarsi al mercato del lavoro o gli over 50 che, trovatisi senza lavoro, hanno avuto difficoltà a cercare una nuova occupazione. I meno colpiti sono gli over 65 in pensione. La situazione si è praticamente capovolta rispetto a dieci anni fa.

Continuando sulla differenziazione per età, in Italia è in aumento il numero di giovani che non sono in formazione, non lavorano e non studiano (il 15%). Il 35% di loro è a rischio di povertà, contro solo il 5% dell’Austria. Anche la povertà infantile è aumentata drasticamente: dal 2005 a oggi del 5,3%. Da questo punto di vista l’Italia è il secondo Paese in Europa.

Il numero di donne che vivono in povertà assoluta è più che raddoppiato tra 2005 e 2015 e il divario nelle retribuzioni è peggiorato in cinque Paesi della zona Euro – l’Italia è tra questi.

Inoltre, nella penisola è ancora evidente la difficoltà di accedere al mercato del lavoro soprattutto per le madri. Mentre nell’80% degli Stati europei tra il 2007 e il 2014 c’è stata una diminuzione del divario salariale di genere, nel nostro Paese è peggiorato. Perciò le famiglie contano spesso su un solo stipendio e avere figli in Italia è uno dei fattori che aumenta di più il rischio povertà. Senza contare che non ci sono politiche che aiutano le donne in carriera, a cominciare dalla presenza degli asili nido sul territorio nazionale per arrivare al costo della retta mensile.

Alla fine il documento analizza la capacità del nostro welfare di incidere sulla povertà.

Tra i Paesi dell’Unione, l’Italia ha la quinta spesa sociale, ma il nostro welfare incide sulla povertà in modo inferiore rispetto a molti altri Paesi. Infatti, la stragrande maggioranza di questa spesa in Italia è impegnata nelle pensioni di anzianità e reversibilità e molto poco è destinato alla fasce sociali che negli anni della crisi hanno visto aumentare il proprio disagio economico.

Appare che molti Stati europei abbiano saputo sfruttare il sistema economico meglio dell’Italia, sia per capacità che per contingenze e ragioni storiche.

Ad esempio, la Germania deve il suo welfare forte a politiche lungimiranti ma anche a una solidità economica derivata dal passaggio dal Marco all’Euro. La stabilità di Francia e Inghilterra è in parte derivante dal loro colonialismo, quella della Svizzera in parte dal suo sistema bancario. Fortune e capacità che non sono parte della nostra storia, ma che sono caratteristiche di un sistema capitalista che purtroppo devono essere messe a conto. Tuttavia non si devono cercare alibi, è possibile migliorare la situazione all’interno di questo sistema, sfruttando le eccellenze italiane, ma soprattutto con una classe politica preparata e popolare che lavori per il bene della cittadinanza.

Alessandro Fragola