Mahmoud Abu Zeid, noto con il nome di Shawkan, è un fotogiornalista egiziano di ventinove anni.  Nel 2013 è stato arrestato e incarcerato dal governo di Abd al Fattah al-Sisi per aver documentato, attraverso la sua macchina fotografica, uno degli innumerevoli massacri che si sono susseguiti negli ultimi anni.

L’episodio fotografato da Shawkan, tenutosi al Cairo, risale  al 14 agosto 2013. Il giovane fotoreporter stava lavorando per l’agenzia londinese Demotix, per documentare il sit-in dei Fratelli Musulmani in piazza Rabaa al-Adaweya.

Un sit-in pacifico interrotto dall’esercito egiziano con violenza e repressione, causando la morte di oltre 800 persone – secondo i dati forniti dall’Osservatorio sui Diritti Umani.

I Fratelli Musulmani sono considerati un’organizzazione terroristica dal governo di al-Sisi, che ha arrestato centinaia di militanti e simpatizzanti, incluso Mohammed Morsi, ex presidente egiziano eletto dopo la Primavera Araba.

Al-Sisi ha assunto la Presidenza dopo aver rovesciato Morsi con un colpo di stato militare il 3 luglio 2013. Dopo essersi insediato, ha dato vita ad una lunga repressione, che ha visto 1.200 condannati a morte.

Shawkan è in carcere da tre anni, insieme ad altri 700 imputati. È accusato di omicidio, tentato omicidio, adesione a un’organizzazione terroristica, tentativo di rovesciare il governo con l’utilizzo della forza e, infine, resistenza a pubblico ufficiale. La realtà dei fatti è ben diversa. Shawkan è stato arrestato dopo che le forze di sicurezza hanno capito che si trattava di un reporter che stava documentando il massacro di al-Sisi.

Dal carcere scrive: «La disperazione è penetrata nei miei globuli rossi e reni, il mio cervello si rifiuta di dormire e il mio corpo suda di continuo. Perdere i sensi per pochi minuti è diventata un’abitudine quotidiana. Il mio corpo è debole, pieno di malattie, è diventato incapace di sopportare la dura detenzione per due anni, senza alcuna colpa se non quella di portare la mia macchina fotografica alle sparatorie con neutralità e oggettività».

Il suo morale, come la sua salute, si è deteriorato. Soffre di epatite C, e ciononostante gli è stato negato l’accesso alle cure mediche. Dopo un susseguirsi di rinvii, il nuovo processo è previsto per martedì 27 dicembre 2016.

Khaled El-Balshy, il vicepresidente dell’Amministrazione dell’Unione dei giornalisti egiziani, durante un incontro tenutosi in Francia, ha dichiarato: «Shawkan paga con la sua vita l’aver fotografato un evento, ossia l’uccisione di Al-Rabaa Adawiya. Paga, semplicemente, per aver indossato una macchina fotografica e per aver fatto il suo lavoro» – continua – «I media conoscono i loro anni peggiori. Il vero problema è che Shawkan si è imbattuto in un caso molto sensibile: un massacro commesso da parte dello Stato».

Sono stati condotti, con la presidenza del Capo del Governo e il Ministero degli Interni, diversi tentativi per liberarlo. Sono state presentate numerose prove a sostegno del suo status di giornalista, lo stato di salute e la sua non appartenenza ai Fratelli musulmani.

«Lo Stato egiziano è contro le libertà civili. Abd al-Fattah al-Sisi odia e teme la stampa. Ha, infatti, adoperato misure restrittive al sindacato, siccome funge da protettore per le libertà civili e di stampa» – continua  El-Balshy – «Le restrizioni alla libertà di stampa non sono nuove in ​​Egitto. Non c’è mai stata una stampa libera, ma questo è il momento peggiore perché la voce della strada non ha posto».

  1. La regista britannica di Amnesty International, Kate Allen, ha dichiarato: «La detenzione di Shawkan è totalmente ingiustificata. È una flagrante violazione dei diritti umani. Il suo unico “crimine” è stato quello di scattare fotografie durante una manifestazione pubblica» – prosegue – «Nessun giornalista dovrebbe mai essere imprigionato a causa del lavoro che fa.  Scattare fotografie non è un crimine. Tre anni di detenzione è un periodo troppo lungo, è  giunto il momento che Shawkan ritorni libero».

In Italia si parla realmente poco della storia di Shawkan. Se è riuscita a sollevare un po’ di attenzione, lo si deve al continuo e quotidiano lavoro svolto da Amnesty International, che ha lanciato un appello in sua difesa.

Il giornalismo non è un crimine #FreeShawkan

Siamo riusciti a raggiungerli telefonicamente: «Le associazioni locali egiziane che si occupano di diritti umani avevano sollevato la storia di Shawkan. A confermare è stata l’agenzia fotografica londinese» – ci spiegano – «L’appello che abbiamo lanciato ha avuto una discreta condivisione. I primi firmatari sono stati i genitori di Giulio Regeni. L’Egitto vive una situazione critica. La stampa è sotto il controllo di al-Sisi e quella indipendente è assediata quotidianamente. Aspettiamo l’udienza del 27 dicembre, intanto è ancora possibile firmare l’appello». 

Ritorniamo a parlare del caso di Giulio Regeni: «La sua storia ci ha dato la possibilità, ci ha aiutato a conoscere la reale repressione che avviene in Egitto. Ci ha dato la percezione della violazione dei diritti umani che si protrae quotidianamente e degli abusi che vengono compiuti». 

Non si conosce ancora oggi tutta la verità su Giulio. L’Egitto aveva promesso un dossier di 2mila pagine, in Italia sono arrivati pochi documenti che, in parte, erano già noti o erano già stati consegnati. Nessun atto giudiziario che potesse, dunque, soddisfare le richieste avanzate dagli investigatori e dagli inquirenti. Ad occuparsene era l’ex ministro degli Esteri, nonché attuale Premier, Paolo Gentiloni.

Lo scorso Novembre al-Sisi aveva affermato: «Voglio incontrare i genitori di Giulio Regeni. Lo farò personalmente non appena potremo dare risposte concrete, sono certo che arriverà a breve questo momento. Le nostre autorità giudiziarie stanno collaborando e io sto seguendo il caso in prima persona».

Giulio e Shawkan rappresentano due facce della stessa medaglia. Due uomini. Due storie legate da un filo rosso. È il filo della violazione dei diritti umani. È il filo che va a ledere le libertà individuali. È il filo che ha spezzato due vite che non hanno avuto la forza di voltare il capo dall’altro lato.

Shawkan ha visto il dolore e voleva urlarlo al mondo.

William E. Borah diceva: «Se la stampa non è libera, se il discorso non è indipendente e viene ostacolato, se la mente viene incatenata o resa impotente attraverso la paura, non fa alcuna differenza sotto quale forma di governo si vive, io sono un suddito e non un cittadino».

Maria Bianca Russo

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