È passato poco più di un mese dall’arresto di Selahattin Demirtaş, Figen Yüksekdağ e gli altri 10 deputati dell’HDP – Partito Democratico del Popolo –  per sospetti collegamenti col PKK (il Partito dei Lavoratori del Kurdistan) considerato organizzazione terrorista da Turchia, UE, USA, Iran e NATO.

E proprio a distanza di trenta giorni arrivano le prime notizie preoccupanti per lo stato di salute di Selahattin Demirtaş, rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Edirne, ai confini con la Bulgaria. Il co-presidente dell’HDP, infatti, è stato colpito più di una volta da spasmi coronarici che, se non curati appropriatamente, possono condurre anche ad infarto.

«Siamo molto preoccupati per le condizioni di salute di Selahattin Demirtaş, leader del Partito Democratico dei Popoli (HDP) detenuto in Turchia dal 4 novembre e colpito da un infarto nei giorni scorsi» ha dichiarato Erasmo Palazzotto, deputato SEL e vicepresidente della Commissione Esteri. «Le condizioni di detenzione cui è sottoposto il leader dell’HDP non sono compatibili con il rispetto dei diritti umani e della dignità della persona». Una voce politica isolata, che si perde nel caos governativo italiano di questi giorni.

Nella giornata di mercoledì scorso, infatti, Demirtaş ha richiesto un check-up medico ed è stato condotto, circondato da soldati, all’ospedale dell’Università della Tracia. Da allora, Demirtaş si sarebbe ripreso e sarebbe tornato normalmente in carcere, dove vive in completo isolamento.

Tuttavia il portavoce dell’HDP, Ayhan Bilgen, dopo la vicenda ha dichiarato di voler far richiesta per un controllo medico fatto in maniera imparziale: «Siamo preoccupati per lo stato di salute del nostro co-presidente. Chiederemo alla Doctor’s Union di far visitare Demirtaş in un ospedale appropriato e sotto la supervisione di medici imparziali». A detta di Bilgen, infatti, sul report medico seguito al controllo, non sarebbe stato neanche menzionato il fatto che Demirtaş abbia sofferto più di una volta di spasmi coronarici e che quindi non si tratti di un malore episodico.

È già da parecchi giorni, del resto, che gli avvocati degli arrestati HDP lamentano la problematicità delle condizioni detentive dei carcerati HDP, in particolar modo di Demirtaş, costretto a condizioni di isolamento completo. Meral Danış Beştaş, avvocatessa, ha parlato esplicitamente di tortura: «L’isolamento è una forma di tortura e i nostri deputati e co-presidenti in questo momento stanno palesemente subendo torture».

Demirtaş, infatti, aveva provato a chiedere la condivisione della propria cella con Abdullah Zeyan, altro membro dell’HDP rinchiuso nella stessa prigione, ma la risposta è stata un nettissimo rifiuto. A tal proposito, l’avvocatessa Meral Danış Beştaş ha dichiarato che la negazione di questa richiesta è una violazione dei diritti umani stabiliti dalla Corte Europea.

Ad un totale isolamento nel carcere corrisponde un completo isolamento dal mondo esterno: a Demirtaş non è concessa quasi nessuna visita – se non quella dei suoi avvocati e familiari – e gli è stato praticamente impedito di comunicare direttamente col mondo esterno – le sue lettere destinate ai parlamentari europei sono state bloccate, così come le sue dichiarazioni per i giornali. In più, come riporta il giornale Kurdistan24, una delegazione di deputati del Parlamento Europeo, recatasi nel carcere, si è vista negare il permesso per parlare con il co-leader del partito filo-curdo. Sergei Stanishev, presidente del Partito Socialista Europeo e guida della suddetta delegazione, ha fortemente denunciato l’accaduto, affermando che le condizioni detentive di Demirtaş saranno oggetto di discussione nel Parlamento Europeo.

In condizioni del genere, al quasi completo isolamento e alla tortura psicologica, ancora risuonano, piene di significato, le parole di Demirtaş appena arrestato: «Vogliamo che sia chiaro che rimarremo rigidamente leali alla democrazia, alla libertà e alla lotta pacifica che la nostra gente porta avanti con devozione».

Elisabetta Elia