«Abbiamo ribadito la richiesta ai governatori Luca Zaia e Roberto Maroni di procedere con il referendum per l’autonomia di Veneto e Lombardia e ci muoveremo su questo piano», ha detto Matteo Salvini nel corso di una conferenza stampa, stando a quanto riportato da AdnKronos.

Lo scorso 6 dicembre, infatti, il Consiglio regionale del Veneto ha approvato il disegno di legge 116, il quale definirebbe il popolo veneto come una minoranza nazionale, lasciando intendere, quindi, la rivendicazione da parte dei leghisti di un riconoscimento di appartenenza etnica, e soprattutto del bilinguismo, con il conseguente insegnamento e uso del dialetto veneto – per loro “lingua” – nelle scuole e negli uffici pubblici.

In sintesi, il Veneto vorrebbe che lo Stato applicasse la Convenzione quadro europea, varata dal Consiglio d’Europa e ratificata in Italia nel 1997, sulla tutela delle minoranze storiche.

Lo stesso governatore veneto, Luca Zaia, in un’intervista riportata dal Corriere del Veneto, in riferimento alla schiacciante vittoria del No anche in Veneto in occasione del referendum costituzionale del 4 dicembre, ha dichiarato: «Con l’affluenza più alta d’Italia, oltre il 76%, i veneti hanno dato prova di eccezionale senso civico e urlato a Roma: vogliamo votare». E ha aggiunto: «Da parte nostra è stata una dimostrazione di coerenza: invochiamo da anni più autonomia e Renzi pretendeva di imporci una riforma centralista. È stato cacciato. Il voto dei veneti è trasversale ai partiti, prescinde dalle “indicazioni dall’alto”. Ed è solo l’inizio, l’antipasto di ciò che accadrà in primavera», con chiaro riferimento al voto a cui ha accennato Salvini alla conferenza di cui prima.

Ebbene sì, da quando la Lega ha cambiato leadership, e alla vecchia guida Umberto Bossi è succeduto Matteo Salvini, sembrava aver cambiato anche la propria pelle: da partito infra-territoriale a partito nazionale vero e proprio, diventando addirittura il vero punto di riferimento degli elettori di destra su tutto il territorio nazionale, seguendo le orme ideologiche di ciò che ha sempre rappresentato il Front National di Le Pen in Francia.

Anche l’emblema del partito ha cambiato connotati. Infatti, almeno nelle elezioni politiche per le circoscrizioni meridionali, il simbolo della lista è apparso diverso nel colore e nel nome: dal verde leghista si è passati ad un blu acceso su cui campeggiava la scritta “Noi con Salvini” e non più “Lega Nord”.

Salvini, dunque, ha abbandonato, almeno nella sua retorica, quelli che fino al suo avvento erano stati gli ideali secessionistici della Lega Nord, da concretizzare pienamente nella formazione della Padania, uno Stato indipendente e autonomo nel territorio situato a nord degli Appennini.
Tale rivoluzione ideologica ha portato, ovviamente, anche ad un sostanziale rinnovo del corpo elettorale leghista, attualmente composto da: razzisti, xenofobi, anti-europeisti, anti-casta, difensori della Costituzione che non conoscono, ma soprattutto terroni.

Sì, terroni. Ed è proprio a voi, gente del Sud, che voglio rivolgere il mio pensiero.

È sotto gli occhi di tutti che il numero dei voti a favore del Carroccio sia aumentato notevolmente negli ultimi anni. Attualmente la Lega, stando agli ultimi sondaggi di gradimento condotti da IPSOS, sarebbe il terzo partito nazionale per numero di elettori. E una buona fetta di questi proverrebbe dal Centro e Sud Italia.

Guardando ai dati risalenti alle ultime elezioni europee, la Lega Nord ha raggiunto il consenso del 6,15% per un totale di 1.688.197, compresi i voti esteri. Nel solo Centro Italia il partito leghista ha ottenuto 122.319 voti; nell’Italia meridionale, invece, ne ha ottenuti 43.184; infine, nell’Italia insulare i voti sono stati 22.540. Sommando, quindi, tutti i voti ottenuti nel Centro e Sud Italia, più Sicilia e Sardegna, si arriva a 188.043, vale a dire il 0.69% del consenso nazionale.

E, chiaramente, per un partito che fino a pochi anni fa, dalla bocca del proprio leader storico, Umberto Bossi – in riferimento al problema immigrazione – si esprimeva in un «No, quello è un falso problema. A me i negri stanno simpatici. Loro non possono egemonizzarci. I meridionali sì, perché hanno in mano lo Stato», i dati citati poco fa sembrerebbero abbastanza sorprendenti.
Ma lo stesso Matteo Salvini, prima della sua escalation a leader nazional-popolare, non aveva così cuore il popolo meridionale. Almeno non prima delle sue campagne elettorali propagandate sotto una falsa bandiera.

Sì, proprio una falsa bandiera, impregnata di opportunismo, finzione, ipocrisia, demagogia e prese per i fondelli. E vi spiego il perché.

Durante una manifestazione del Carroccio, risalente al 2012, Salvini disse pubblicamente in piazza Scala a Milano: «La Lombardia e il Nord l’euro se lo possono permettere. Io a Milano lo voglio, perché qui siamo in Europa. Il Sud invece è come la Grecia e ha bisogno di un’altra moneta. L’euro non se lo può permettere». Addirittura impazziva per l’euro. Peccato che ora condivida con l’anti-europeista per eccellenza, Marine Le Pen, l’uscita dall’euro e dall’Europa e la richiesta di sovranità finanziaria ed economica ceduta alla BCE. Ma non solo: peccato che ora ricerchi nel Sud – ahimé, ottenendoli – quei voti in nome dell’anti-europeismo.

terrone

Un anno dopo, il buon Matteo ne aveva anche per i giovani meridionali e al congresso dei “Giovani Padani” disse: «Ho letto su Il Sole 24 Ore che, ancora una volta, verranno aiutati i giovani del Mezzogiorno. Ci siamo rotti i coglioni dei giovani del Mezzogiorno, che vadano affanculo i giovani del Mezzogiorno. Al Sud non fanno un emerito cazzo dalla mattina alla sera, mentre noi siamo abituati a lavorare dalla mattina alla sera e ci tira un po’ il culo».

Per non parlare di quando, durante la Festa di Pontida del 2009, intonò il becero coro “Senti che puzza scappano i cani, sono arrivati i napoletani” giustificandosi con un infantile: «Era solo un coro da stadio». Oppure di quando, nel 2012, si espresse in tv in un «Ueh, ma questo da dove esce? Ma questo da quale albero scende?», riferendosi all’assessore alla Sanità siciliana, Massimo Russo.

Sono tutti episodi risalenti a massimo tre o quattro anni fa, tempi in cui Matteo Salvini utilizzava ancora una «dialettica bossiana». Ma non è tutto qui. Lo scorso settembre, proprio l’ex leader Bossi, da Pontida, dichiarò: «La Lega è stata fatta per la libertà del Nord dall’oppressione del centralismo italiano, non per altri motivi», aggiungendo inoltre che la Lega «non potrà mai essere un partito nazionale», lasciando intendere che l’obiettivo su cui è stato fondato nel 1991 resta immutabile.

Per il suo fondatore, dunque, la Lega Nord resta un partito indipendentista, regionalista ed etno-nazionalista. E la richiesta di referendum sul riconoscimento del “popolo veneto” conferma l’identità del partito.

Richiedere un riconoscimento di appartenenza etnica significa richiedere il riconoscimento di una nuova nazione. Significa dire: esistono gli italiani e poi esistono i veneti, che, soprattutto, con i primi hanno poco a che fare.

Cari terroni dunque, sì, proprio voi che avete votato per Salvini alle ultime elezioni e continuereste a farlo alle prossime, mi sto rivolgendo a voi: non fatevi infinocchiare da un selfie fatto insieme a voi e pubblicato sui social o da una felpa indossata con scritto su il nome della vostra regione; non fatevi infinocchiare da chi, dopo tutto ciò, ha il coraggio di dire: «Probabilmente il Sud lo conoscevo poco, ho fatto e abbiamo fatto degli errori», e poi chiede di essere diverso da voi.

Cari terroni, la prossima volta che Salvini verrà a urlare slogan nella vostra terra, tanto offesa fino a ieri, sappiate che vi sta ingannando, in nome degli immigrati e del No Euro, per racimolare qualche voto. Ma alla fine, per lui, terroni eravate prima e lo stesso sareste dopo.

Con affetto. Da un terrone.

Andrea Palumbo

NESSUN COMMENTO