Quel che è successo neanche ventiquattr’ore fa a Berlino ha lasciato il mondo, ancora una volta, sgomento. Alle 20:15 del 19 dicembre, infatti, un uomo alla guida di un camion ha deliberatamente investito gli avventori del mercato natalizio di Breitscheidplatz, nella capitale tedesca, uccidendo 12 persone e ferendone 48, di cui 18 in gravi condizioni.

Un episodio che ricorda tristemente l’attentato di Nizza avvenuto il 14 luglio scorso, anche in questo caso utilizzando un camion come arma della strage, che terminò con 87 morti, incluso il terrorista.

Questa volta, all’interno del mezzo, rubato dagli attentatori, è stato trovato morto un uomo di nazionalità polacca (come polacca era anche la ditta proprietaria del camion), ucciso, secondo gli investigatori, da un’arma da fuoco.

La polizia ha arrestato un uomo, un richiedente asilo originario del Pakistan, grazie alla segnalazione di un testimone che lo ha seguito – mantenendosi a debita distanza dall’obiettivo e sempre in collegamento telefonico con le forze dell’ordine – per diversi chilometri dal luogo dell’attentato sino alla Siegessäule, la Colonna della Vittoria posta al centro del parco Tiergarten di Berlino.

Il fermato non ha tuttavia confessato, e la polizia non si è dichiarata ancora in grado di confermare se l’attentatore sia, o meno, a piede libero.

Di certo c’è soltanto che si è trattato, inequivocabilmente, di un attentato, nonostante l’iniziale prudenza di Angela Merkel, che ha ben presto lasciato il posto alle conferme del ministro dell’Interno tedesco, Thomas de Maizière.
Il tutto però senza che l’attentato di Berlino sia stato rivendicato da alcun gruppo terroristico internazionale, almeno per il momento.

In attesa di ulteriori aggiornamenti, gli organi inquirenti si stanno concentrando sul passato del cittadino pakistano in stato di arresto, già noto alla polizia per crimini minori. L’uomo aveva ricevuto un permesso di residenza temporaneo la scorsa estate, ma, come detto, era ancora in attesa che la sua richiesta d’asilo venisse accolta.

Adesso, come di consueto, è il tempo dei proclami, e la cancelliera Merkel ha già dichiarato che il responsabile dell’attacco sarà punito «tanto severamente quanto permesso dalla legge».

Da porre in rilievo è anche la seconda parte delle dichiarazioni di Merkel, che pur nel dolore per la perdita dei suoi connazionali, ha avuto la forza di riaffermare l’apertura della Germania nei confronti dei profughi di qualsiasi religione e nazionalità: «Non dobbiamo rinunciare ai mercatini di Natale, alle belle ore con la nostra famiglia – queste le sue parole – Non vogliamo vivere paralizzati dalla paura. Troveremo la forza per continuare ad essere uniti, aperti, liberi».

Un autentico manifesto politico da mostrare a tutti coloro che vorrebbero rendere questa parte del mondo meno sicura e tranquilla.

Carlo Rombolà

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Avvocato, scrittore, lettore. Non necessariamente in quest'ordine. Ha studiato legge per quasi cinque anni presso l'Università di Bologna, per poi specializzarsi con un master in diritto delle nuove tecnologie. Nel frattempo, ha scoperto che, oltre al diritto, ci sono un sacco di altre cose che lo appassionano: la geopolitica, i viaggi, i libri, la musica. La curiosità è il suo più grande pregio, l'inquietudine il difetto. Ad entrambi, non v'è rimedio. Per fortuna.