Yemen, decine di migliaia di morti tra i civili e quasi due anni di guerra sanguinaria e senza tregua da parte dell’Arabia Saudita.

E in Siria? La fine del conflitto porterà alla luce la struggente immagine di un Paese martoriato e il dolore di un popolo che dovrà ripartire dalle macerie delle proprie abitazioni. C’è un’altra chiave di lettura che possa far luce sulle dinamiche di questi conflitti?

Gli Houthi prendono il controllo di diverse zone della capitale

Phil Butler, analista americano, racconta che «è possibile, dato il massiccio consumo da parte dell’Arabia Saudita dei propri pozzi petroliferi, che essi siano arrivati a non averne più».

Su questo scenario, andiamo ad analizzare gli oltre seimila morti, i quasi tre milioni di sfollati e le migliaia di bambini uccisi durante i bombardamenti degli schieramenti che vedono contrapposti l’Arabia Saudita e l’Iran.

L’Arabia Saudita, insieme a una coalizione di altri otto Paesi arabi, comincia i bombardamenti tra il 25 e il 26 marzo del 2015, cercando di colpire le postazioni dei ribelli sciiti Houthi nello Yemen, appoggiati dall’Iran. Infatti i ribelli erano riusciti a salire al potere dopo che il precedente governo appoggiato dagli Stati Uniti e dall’Egitto era stato costretto a dimettersi a causa delle rivolte popolari che infervoravano il Paese.

Ma analizziamo la questione connettendoci con le problematiche della contesa sul territorio siriano sotto un profilo diverso: c’è un punto in comune tra i due conflitti?

Salta all’occhio come in Yemen  ci sia non soltanto uno dei giacimenti di petrolio più grandi nel continente orientale, ma che ci sia oltretutto una quantità pari a 3,4 milioni di barili di petrolio diretti verso gli sbocchi dell’Egitto, e viceversa. Questo indotto deve per forza  passare dallo stretto di Bab el-Mandeb che congiunge il Mar Rosso con il Golfo di Aden, e quindi con l’Oceano Indiano.

Così lo stretto sotto il controllo yemenita acquista un importante rilevanza sul traffico via nave del greggio e sul controllo di esso, dal quale anche gli Stati Uniti non vogliono mancare assolutamente. Difatti è noto come il governo Obama, e anche il nostro Paese, abbia  finanziato militarmente ed economicamente lo sforzo bellico dell’Arabia Saudita. Raid infatti ha paura che l’Iran possa mettere le mani su questo snodo cruciale dell’oro nero.

In parallelo, sta volgendo al termine la guerra nel territorio siriano.

Il conflitto vede lo schieramento di al-Assad entrare trionfante sulle macerie del proprio Paese, spalleggiato dalla Russia. Putin ha giustificato l’intervento come mossa preventiva contro l’ISIS,  ma è stata criticato duramente per aver attaccato i gruppi ribelli contro al-Assad, bombardando città come Homs, Latakia e Hama, in cui non era presenta nessuna traccia del Califfato. Dall’altra parte della barricata vediamo un’alleanza capeggiata dagli Stati Uniti, insieme a una coalizione NATO di cui fanno parte Italia, Francia, Gran Bretagna e Turchia. La stessa Turchia del presidente Erdoğan, che precedentemente dichiarò di volere anch’egli combattere la minaccia dello Stato Islamico, quando invece fu accusato di aver bombardato i peshmerga separatisti nel Kurdistan e di aver favorito l’adesione di miliziani in transito dal territorio turco all’ISIS.

La Siria si trova geograficamente nella linea che congiunge tre diversi gasdotti.

Prima il tanto discusso gasdotto Quatar-Turchia, che trasporta gas dal Quatar e dagli Emirati Arabi  passando per la Siria e la Turchia. Poi il Turkish stream, progetto realizzato tra Putin e il primo ministro di Ankara che prevede il passaggio di quest’ultimo dal Mar Nero fino ai territori della Turchia europea. Infine al gasdotto Nabucco, o North Stream, che coadiuva l’indotto direttamente nelle mani dei consumatori europei.

Sullo scenario di questa linea immaginaria rappresentata dai vari gasdotti in Siria e dallo snodo petrolifero in Yemen, riusciamo a tracciare un quadro più completo della difficile e fallace situazione, la quale vede contrapposte due potenze mondiali che si danno battaglia, questa volta ai danni dei cittadini siriani e yemeniti che si trovano nel mezzo di un fuoco incrociato formato da  interessi politici ed economici che traghettano le speranze di una pace da un tavolo di trattativa all’altro, lasciando che sia la popolazione a subire le conseguenze dell’attesa.

Niccolò Inturrisi

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Nasce il 26 febbraio 1995 a Firenze, dopo aver terminato gli studi liceali nel 2015 lascia l’Italia e si trasferisce con la famiglia in Olanda, ad Amsterdam. Ora continua a lavorare come magazziniere in attesa di intraprendere gli studi. Il libro che lo ha colpito più di tutti è stato “La bestia umana” di Zola. Se proprio gli chiedessero di scegliere un autore preferito, opterebbe però per Dostoevskij. Coltiva molte altre passioni, tra cui la musica, nella quale si è cimentato per qualche anno suonando chitarra elettrica e basso. Ascolta tutti i generi possibili e il suo gruppo preferito in Italia restano gli Zen Circus, anche se adora De Andrè e Lucio Dalla (ma ne potrebbe citare molti altri), ma il suo primo amore rimangono i Pink Floyd. Grazie alla famiglia si porta dietro praticamente da tutta la vita la passione per il cinema. Adora Fellini e Monicelli, ma non disdegna anche registi esteri come Lynch, Scorsese e Tarantino.

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