Italo Calvino: la fantasia che trascende la realtà

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Sperimentalismo sagace e indagine attenta della realtà, limpidezza cristallina dello stile e intemperante curiosità: solo alcune delle peculiari caratteristiche che agghindano e vivacizzano le opere di Italo Calvino.

In esse impera incontrastata la fantasia che, a tutti i costi, cerca di intrufolarsi di soppiatto anche nella più tediosa delle dimensioni, rendendola camaleontica e iridescente, imprimendole un instancabile ed eterno movimento, sublimandola nell’alveo di un’esuberante bellezza. La realtà occupa una posizione secondaria, rantola, si inerpica alla fantasia, le obbedisce sommessamente, non può fare a meno di essa. È soltanto in questo ondeggiare perpetuo tra questi due elementi che si districano le opere di Calvino ab initio.

Come una macchina fotografica riproduce nitidamente ciò che immortala, così lo scrittore ligure descriveva ciò che lo circondava con scrupolosa accuratezza. Testimonianza è la sua prima opera “Il sentiero dei nidi di ragno” che si ascrive al filone del neorealismo. Sebbene le tematiche della Resistenza e della guerra occupino una posizione predominante nel testo, esso è impudicamente squarciato dal miraggio sublime del sogno, della fiaba estatica e vivida. Come due vasi comunicanti, così si allineano i due piani narrativi: la realtà si trasfigura in fiaba, la fiaba in realtà fino a confondersi e sbiadire i loro confini.

L’eclettismo poliedrico di Calvino approda anche sull’isola della letteratura popolare, di cui egli si innamora. Con la “trilogia degli antenati”, noncurante, abbandona le briglie dell’impegno politico e si inabissa nell’analisi psicologica del mondo variopinto e vorticoso dell’animo umano, delle pulsioni e dei sentimenti che ineluttabilmente lo abitano.

“Questo è il bene dell’essere dimezzato: il capire d’ogni persona e cosa al mondo la pena che ognuno e ognuna ha per la propria incompletezza. Io ero intero e non capivo, e mi muovevo sordo e incomunicabile tra i dolori e le ferite seminati dovunque, là dove meno da intero uno osa credere. Non io solo, Pamela, sono un essere spaccato e divelto, ma tu pure e tutti. Ecco ora io ho una fraternità che prima, da intero, non conoscevo: quella con tutte le mutilazioni e le mancanze del mondo.”

Così Medardo, protagonista de “Il visconte dimezzato”, rappresenta semioticamente i conflitti che sempiternamente popolano la personalità dell’uomo, le sue incessanti oscillazioni, le metà inconcluse e complementari allo stesso tempo.

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Ne “Il barone rampante” Cosimo Piovasco di Rondò, incarnazione dell’uomo “intero” e non più dimezzato, a seguito di una lite con la sua famiglia, decide di rifugiarsi sugli alberi e vivere lì per il resto della sua vita, perché «chi vuole guardare bene la terra, deve tenersi alla distanza necessaria». La sua non è una pavida fuga dalla realtà circostante, al contrario un’eroica scelta di ribellione contro il conformismo servile, una non aderenza al gregge insulso e pedissequo, un’intrepida affermazione della propria libertà di pensiero contro tutto e tutti.

“Urlava di dolore e di vittoria e non capiva niente e si teneva stretto al ramo, alla spada, nel momento disperato di chi ha vinto la prima volta ed ora sa che strazio è vincere, e sa che è ormai impegnato a continuare la via che ha scelto e non gli sarà dato lo scampo di chi fallisce.”

Tuttavia, nonostante le perentorie certezze e il ragionato dissenso, l’uomo è costantemente alla ricerca di se stesso, della propria essenza smarrita. Su questo si impernia il personaggio de “Il cavaliere inesistente”, Agilulfo, soldato con la sola armatura e scevro di corpo e carne umana. Agilulfo è maniaco della perfezione, ostinato a raggiungere i propri obiettivi, senza mai permettersi il lusso di fallire. Eppure egli è “vuoto”, privo di pulsioni, emozioni e sensazioni vibranti, adagiato sulla plumbea superficie della razionalità.

“Così sempre corre il giovane verso la donna: ma è davvero amore per lei a spingerlo? O non è amore soprattutto di sé, ricerca d’una certezza d’esserci che solo la donna gli può dare?”

Trasferitosi a Parigi negli anni ’60, Italo Calvino, con la sua inappagabile curiosità, apprende un nuovo modus di fare letteratura: il gioco combinatorio. L’autore vuole rendere edotto il lettore della struttura narrativa che il testo stesso ripercorre, di quale sia il meccanismo di scrittura che nel romanzo assume un ruolo fondamentale. La parola si astrae dalla casualità e si carica di un eloquente significato. Espressione di tale nuovo “modus scribendi” sono “Il castello dei destini incrociati”, “Le città invisibili” e per eccellenza “Se una notte d’inverno un viaggiatore”. 

Maestro dal tocco tenue e delicato, quasi impercettibile nella sua aggraziata leggerezza, Italo Calvino si spegne a Siena nel 1985. Emblematiche le sue parole in “Lezioni americane”:

“Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore.”

Clara Letizia Riccio