Cari lettori, anche questo sabato WhatsHappening passa in rassegna gli eventi più significativi accaduti in giro per il mondo. Non mancano le sorprese né le problematiche in quest’ultima fase del 2016. Iniziamo la nostra rassegna:

ROMANIA: UNA MUSULMANA COME PRIMO MINISTRO

Il Partito Social Democratico della Romania (PSD) ha deciso di proporre alla carica di prossimo primo ministro Sevil Shhaideh, una donna di fede musulmana. Dopo aver vinto le elezioni politiche dell’11 dicembre con un ampio margine di scarto, il PSD si sta apprestando a formare un nuovo governo. Nessuno si sarebbe aspettato il nome di Shhaideh, non solo perché la sua candidatura non era mai stata presa in considerazione durante la campagna elettorale, ma soprattutto perché sarebbe la prima donna di fede islamica a ricoprire la carica di capo del governo in Romania. WhatsHappeningLiviu Dragnea, il leader del PSD, ha dovuto rinunciare alla sua candidatura a causa del veto del presidente romeno Klaus Iohannis, il quale aveva annunciato già prima delle elezioni di non permettere l’assegnazione del mandato a chi avesse avuto processi in corso o condanne a proprio carico. L’investitura di Shhaideh sarà completata dopo il voto del Parlamento e dello stesso Iohannis. Non tutta l’opinione pubblica è favorevole a questo nome, soprattutto per questioni religiose: la maggioranza della popolazione è cristiano-ortodossa.

LA GUERRA NON SI FERMA AD ALEPPO

Il 22 dicembre, Aleppo è tornata sotto il controllo del governo siriano. La notizia è stata resa pubblica da fonti militari siriane, che hanno sottolineato come questo evento segni sia la fine del controllo su talune aree della città da parte dei ribelli – durato quattro anni –, sia l’inizio di «una trasformazione strategica» nella lotta al terrorismo. La riconquista di Aleppo getta tuttavia le basi per nuovi scenari bellici: data l’esistenza di altre aree della Siria sotto il controllo dei ribelli, il territorio siriano sarà ancora palcoscenico di guerra. whatshappeningStaffan de Mistura, inviato speciale dell’ONU per la Siria, ha messo in evidenza il rischio che una «prossima Aleppo» possa identificarsi in Idlib, città sotto il controllo dei ribelli dove molte persone in fuga da Aleppo sono state costrette a trovare riparo. La situazione si complica ulteriormente badando agli attuali alleati di al-Assad: Russia, Iran e Turchia. L’alleanza tra i tre Stati denuncia almeno due dati evidenti: l’inaspettato appoggio di Erdoğan ad al-Assad e l’esclusione degli Stati Uniti da questo asse deciso a risolvere la crisi siriana. I comuni obiettivi, secondo quanto trapelato dal vertice tenutosi a Mosca, sono la lotta al terrorismo e la soluzione della crisi umanitaria.

CONGO: SCADE IL MANDATO DI KABILA MA IL PRESIDENTE DECIDE DI RESTARE AL POTERE

Il 19 dicembre scadeva il mandato del presidente uscente Joseph Kabila, che però non ha intenzione di lasciare. Un tribunale ha stabilito che può rimanere in carica fino a nuove elezioni che avrebbero dovuto tenersi a novembre e che invece sono state rimandate a tempo indeterminato.

EPA/ANDREW GOMBERT

Kabila ha inoltre schierato in strada l’esercito per reprimere le manifestazioni di dissenso. In questi giorni sono i rappresentanti della Chiesa a chiedere una tregua e a mediare tra il partito di governo e quello di opposizione. Si contano infatti circa duecento arresti e sedici uccisioni, intanto il leader dell’opposizione Felix Tshisekedi chiede che si voti nel 2017.

HAITI: PROSEGUE LA VERIFICA DEL VOTO

Vanno avanti con una lentezza estenuante le operazioni di controllo della regolarità del voto espresso dal popolo haitiano lo scorso 20 novembre per l’elezione del nuovo Presidente. Sono infatti da circa due giorni sotto esame i verbali delle operazioni di voto, redatti il giorno della consultazione: in molti ritengono però che i Consiglieri Elettorali scelti dal Bureau du Contentieux Électoral National (BCEN), l’ente che si sta occupando di gestire le operazioni, stiano già dando luogo a ingiustificabili ritardi. A rivelarlo sono diversi esponenti dei partiti politici coinvolti nella competizione elettorale: secondo in particolare Evens Fils, avvocato vicino al partito Fanmi Lavalas, i Consiglieri Elettorali avrebbero finora preso visione solo di 71 dei circa mille documenti che si è stabilito di sottoporre a questo speciale giudizio.whatshappening Peraltro, si tratta soltanto di circa il 12% di tutti gli atti prodotti nel corso della tornata elettorale, per cui si rischia seriamente che il campione prescelto non sia sufficiente per elaborare un giudizio attendibile. Fils ha proseguito dicendo che i tempi per il completamento della revisione procedurale si potrebbero anche estendere fino a febbraio, considerato comunque il termine ultimo per completare l’operazione. Su questa vicenda montano di nuovo le tensioni tra i gruppi politici: il legale del Partito Haití Tet Kale (PHTK), Stevenson Jacques Timoleón, ha accusato, dal canto suo, i Consiglieri afferenti ai partiti rivali di applicare scientemente una strategia dilatoria. Intanto, l’Organizzazione degli Stati Americani monitora costantemente la situazione per evitare che le tensioni degenerino.

UN DOCUMENTO RIVELA I PIANI DI TRUMP PER IL PENTAGONO

Un documento acquisito e subito pubblicato da Foreign Policy il 19 dicembre potrebbe svelare in esclusiva le priorità della prossima presidenza Trump per quanto riguarda il Pentagono. Il documento è una mail del Sottosegretario alla Difesa Brian McKeon e ha come oggetto le constatazioni di Mira Ricardel, responsabile per la transizione da Obama a Trump nel Pentagono. whatshappeningIn ordine, le priorità di Donald sarebbero: distruggere lo Stato Islamico; cancellare le limitazioni alla spesa della Difesa, decretate dal Budget Control Act; in continuità con la presidenza Obama continuare a investire in un piano di sicurezza cibernetica; migliorare in generale l’efficienza della Difesa. Stupisce la mancanza di riferimenti alla Russia, che Obama ha più volte minacciato successivamente alla presunta ingerenza degli uomini di Putin nella la corsa alla Casa Bianca. Non è nemmeno chiaro quale sia la strategia di Trump per sconfiggere l’IS: se voglia procedere con l’invio di forze armate o appoggiando diplomaticamente gli Stati ad oggi impegnati nel combattere il Califfato. La seconda è l’opzione preferita dal Pentagono, che però a quel punto potrebbe dover trattare con i russi.

L’ONU CONDANNA GLI INSEDIAMENTI ISRAELIANI

Sempre più tesi i rapporti tra Israele e le Nazioni Unite. Il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha difatti approvato la risoluzione che condanna gli insediamenti in Cisgiordania. La votazione a sfavore di Netanyahu che accusa i citati insediamenti di non avere «validità di legge» è stata resa possibile anche grazie all’astensione degli Stati Uniti. Donald Trump, in riferimento all’atteggiamento assunto dalla propria nazione, ha reso noto tramite il canale social Twitter che «Riguardo alle Nazioni Unite, le cose saranno diverse dopo il 20 gennaio», sottolineando la volontà di adottare una politica estera che favorisca Israele e le sue pretese territoriali. whatshappeningA seguito della risoluzione sono giunte anche le reazioni dei diretti interessati. Netanyahu ha comunicato attraverso il proprio ufficio di non avere intenzione di rispettare la suddetta risoluzione, che viene respinta e bollata come «vergognosa». Inoltre, ha accusato l’amministrazione di Obama di essere stata inadeguata a «proteggere Israele dall’ossessione dell’Onu» e di aver collaborato con le Nazioni Unite «alle sue spalle». Di contro, la Palestina ha espresso soddisfazione per la strada percorsa dal Consiglio di sicurezza. Il portavoce del presidente palestinese Maḥmūd ʿAbbās ha difatti reso noto che la risoluzione «rappresenta un grande schiaffo alla politica israeliana ed è una unanime condanna internazionale delle colonie».

Hanno collaborato: Sabrina Carnemolla, Rosa Ciglio, Ludovico Maremonti, Valerio Santori, Rosa Uliassi