Cari colleghi,
ho scelto di rivolgermi a voi nell’ultima domenica dell’anno – che un caso strambo ha voluto coincidesse col Natale; a voi che siete stati vicini di percorso, presenze quotidiane di una comune sorte, spesso amici e confessori.

È a voi che scrivo la mia lettera e destino le mie ultime parole, senz’altro pubblico all’infuori di voi stessi (per una volta rovesciando i nostri paradigmi), nel raccontarvi tutto ciò che ancora resta in queste righe che ci uniscono, e in queste dita che mi orientano.

Il #brainch della domenicaInnanzitutto: grazie. Grazie, perché senza di voi di un bel progetto non sarebbe altro che un involucro, una buona intenzione lasciata a languire tra le promesse più vaghe. Grazie per il vostro impegno e i sacrifici, le attenzioni e l’accortezza di non accontentarsi, il desiderio timido di fare sempre meglio.

Un grande saggio ebbe a dire che “un viaggio di mille miglia comincia sempre con il primo passo”, ed è giusto esserne sempre consapevoli, attraverso gli ostacoli o nelle difficoltà, perché nulla si ottiene senza sforzo ed anzi richiede di sovente più di quanto sembrerebbe logico, o ragionevole, o comunque più di quanto ne varrebbe la pena.

Questo, per chi ci osserva e a volte punta il dito, può apparire banale o sottinteso, quasi scontato. Lasciatemi dire che non c’è nulla di banale o sottinteso in quel che fate, e che anzi, per come la vedo io, contiene in sé un bocciolo di romantico eroismo.

Sto esagerando? No, non credo. Non credo, perché in questi anni insieme abbiamo imparato cosa voglia dire confrontarsi col panorama dell’informazione. Abbiamo conosciuto nuove sfumature di amarezze e sopportato prove che certo mai avremmo immaginato, nel momento in cui compivamo la nostra decisione di provare a fare giornalismo.

Abbiamo affrontato la diffidenza e la malafede, la scarsità di mezzi e il pregiudizio, e li abbiamo combattuti come solo un gruppo di sognatori folli e giovani, con entusiasmo incosciente e sfacciata noncuranza.

Per questo vi raccomando di cuore: non sconfortatevi, non arrendetevi mai.

Abbiate l’ardire di sperare, in un mondo che ha messo al bando la speranza e prospetta nient’altro che precarietà e insoddisfazione. Non lasciatevi sedurre dalle facili conquiste, che gratificano l’ego ma corrompono l’anima. Ricordate che soltanto chi non fa non sbaglia, e che sbagliare è il più prezioso degli insegnamenti.

Arriveranno delusioni. Sperimenterete l’invidia e la gelosia, l’arroganza dei soloni da piedistallo e le critiche prive di costrutto, verrete osservati e giudicati senza pietà alcuna per il vostro operato, perché l’informazione e la conoscenza sono merce rara e non gradita a quei contrabbandieri d’ignoranza che detengono il potere.

Fallirete molte volte, e più volte ancora sarete attanagliati dalla voglia di mollare tutto: non fatelo. Non è la fama che ci deve far muovere e tremare, ma la fame, la fame di scrivere e cercare un solo briciolo di verità fra le pieghe intessute di una realtà avara, acerba, abulica.

Sappiate che i lettori continueranno a preferire le bufale sugli immigrati e le fasulle dichiarazioni di Laura Boldrini, le foto shock di Maria Elena Boschi in spiaggia e le scie chimiche-massoniche. È inevitabile che accada, perché il Grande Fratello ci osserva e ci vuole stupidi, incapaci di discernere, arrabbiati col nemico sbagliato.

Ma voi, invece, continuate a lottare contro l’ignoranza. Fatene la vostra missione quotidiana, il vostro cibo spirituale, la vostra ossessione. Scrivere è un dono e un privilegio, questo posso dirvi, e non è un fine meno nobile di quanti si attivano, giorno dopo giorno, per rendere il loro mondo “un posto migliore”.

Ciò è tanto più vero per chi, come noi, vive i disagi e le ingiustizie sommarie di un territorio piagato dalla camorra, dalla collusione politica, dalla povertà e dai biocidi. Tutti fenomeni che l’ignoranza contribuisce ad alimentare e che vanno contrastati anche attraverso una corretta informazione, i saperi e la cultura, l’emancipazione morale ed intellettuale di un popolo oltraggiato ed umiliato.

È lunga la strada di ritorno in paradiso. C’è ancora tanto da imparare, tanto da migliorare. Il mio augurio, dunque, è di poterci ritrovare qui, l’anno prossimo, di nuovo tutti insieme, a raccontarci altre storie e altre battaglie, vinte o perse che siano, ma con un sogno ancora vivido ad illuminarci.

Perché le menti libere sono l’utopia che forgia il mondo, il loro esprimersi l’opera umile che gli fornisce un senso.

Buon Natale e buone feste, colleghi cari.
Emanuele