Il futuro di Bagnoli, tra cambio di Governo, commissariamento e liti tra Palazzo Chigi, Comune di Napoli e Regione, può aspettare: oggi torna prepotentemente d’attualità il recente passato, segnato dal fallimento della partecipata del Comune di Napoli BagnoliFutura. Agli accertamenti delle responsabilità penali nella gestione dell’area ex Italsider, portate avanti dalla Procura, si aggiunge la richiesta di un maxirisarcimento da centinaia di milioni di euro avanzata, in sede civile, dai curatori fallimentari della stessa società.

Le citazioni sono state notificate il 19 dicembre scorso, col procedimento che comincerà il prossimo 13 luglio: in tribunale vanno decine di personaggi di primo piano del mondo politico ed imprenditoriale napoletano degli ultimi 10 anni, compreso il Comune di Napoli, che avrebbe avuto, in più circostanze, notevoli responsabilità nella gestione disastrosa di BagnoliFutura. Solo a Palazzo San Giacomo viene contestato un danno del valore di 393 milioni e 719.765,03 euro: questa la cifra monstre complessiva richiesta dagli avvocati che rappresentano la curatela fallimentare. Più in generale, però, ciascuno dei citati, se riconosciuti responsabili, dovrà rispondere per il tipo ed il valore specifico del danno provocato a BagnoliFutura: in alcuni casi, si tratta di fattispecie originate da fatti inediti persino per la stessa Procura, che pure sta conducendo da diversi mesi le indagini penali su bonifiche e colmate.

Ecco alcuni tra coloro che il quotidiano La Repubblica segnala tra i destinatari della citazione: i loro nomi, in qualche caso, rievocano un passato politico ormai lontano della città, ma incredibilmente ancora pesantemente attuale. Si tratta infatti, tra gli altri, dei politici Marone e Santangelo, dell'”antica” area bassoliniana, di imprenditori come Ambrogio Prezioso, di qualche funzionario comunale, persino del magistrato incaricato come liquidatore della società, Omero Ambrogi. Si tratta di tutti coloro che avevano il potere di condurre dignitosamente il bilancio di BagnoliFutura e, insieme, di portare a buon fine la missione della società, ma che, secondo la citazione, in realtà coscientemente causarono a quella perdite sempre maggiori, a causa di attività che prevedevano esclusivamente costi e quasi mai ricavi.

Qualche esempio degli scempi finanziari contro cui la curatela fallimentare ha puntato il dito: la riconversione dell’ormai famoso pontile di Bagnoli ad uso di passeggiata per i cittadini, che portava al Comune (dal 2007) soltanto spese di manutenzione e pulizia e nessun reddito; la concessione gratuita ad un’associazione di ex operai dell’Italsider, il “Circolo ILVA”, di aree attrezzate con piscine e campi da tennis, che erano redditizie per la stessa associazione, ma che invece non producevano utile per BagnoliFutura; il cordone ombelicale mai reciso con Fintecna, società controllata per l’80 per cento dal Ministero dell’Economia, che a causa del debito mai saldato dal Comune di Napoli per l’acquisto, nel 2001, delle aree dell’ex Italsider, sarebbe poi diventata maggiore creditore della partecipata e avrebbe, col tempo, determinato quasi da sola il fallimento di BagnoliFutura. Non mancano poi anche le constatazioni degli stipendi d’oro per amministratori e del costante eccesso di personale, con costi, in quest’ultimo caso, che si sarebbero moltiplicati anche del 17%, rispetto a quanto sarebbe stato invece opportuno.

Si viene poi alla storia recente, al coinvolgimento più diretto del Comune e della prima Giunta De Magistris: se è vero che, all’indomani delle elezioni del 2011 e fino al 2014, l’anno del falimento, BagnoliFutura già doveva fare i conti con la copertura degli esorbitanti costi di gestione appena descritti e col passivo accumulato nei confronti di Fintecna, che già aveva costretto a chiedere un mutuo bancario da 60 milioni di euro (che invece poi fu utilizzato, secondo la curatela, per coprire i debiti della gestione corrente), è anche vero, però, sostiene il curatore fallimentare, che la Giunta De Magistris potrebbe avere contribuito, con alcune scelte azzardate, ad aumentare il passivo, senza contare che la dichiarazione di fallimento ebbe luogo proprio tre anni dopo il suo insediamento.

Al centro dell’attenzione finisce infatti quella famigerata Coppa America del 2011, che si spostò da Bagnoli al lungomare napoletano proprio perché, nonostante fossero già state intraprese delle prime operazioni di bonifica del litorale in vista della manifestazione, arrivò l’altolà del Ministero e l’ordine del cambio di programma: i costi importanti di quelle prime operazioni, però, erano già stati sostenuti. Lo stesso De Magistris fu poi protagonista della mossa disperata che, nel tentativo ultimo di salvare BagnoliFutura, in realtà la condannò indirettamente al fallimento: chiedendo (o forse è meglio dire intimando) a Fintecna di rinunciare sostanzialmente ai suoi crediti e di collaborare alla programmazione tecnica ed economica nell’area ex Ilva, ne provocò invece l’istanza al Tribunale Fallimentare di Napoli, determinando il fallimento di BagnoliFutura che si trascina ancora oggi.

Se l’Avvocatura Municipale si dice tranquilla di poter dimostrare l’estraneità di Palazzo San Giacomo da qualsiasi responsabilità (che del resto, se accertata, col conseguente risarcimento da corrispondere causerebbe un buco di tremende proporzioni nel già disastrato bilancio comunale), gli esponenti dell’opposizione in Consiglio Comunale non si fanno mancare l’opportunità di un attacco a De Magistris per segnalare la sua presunta parte di responsabilità. Sostiene Valeria Valente, Pd, intervistata dal Mattino, che «sulla citazione per danni al Comune di Napoli per il fallimento di Bagnolifutura SpA, e il conseguente rischio di un altro buco al bilancio di 393 milioni di euro, le responsabilità della Giunta de Magistris sono oggettive ed evidenti. Parlano gli atti». La Valente accusa anche l’intransigenza di De Magistris, che con la sua ordinanza costò l’iniziativa di Fintecna.

Ludovico Maremonti

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