Il 2017 sarà davvero l’anno del cambiamento per qualcuno. Non c’entrano gli oroscopi, stavolta: il 31 dicembre, infatti, è entrato in vigore per la durata di un anno, il Patto per la convivenza consapevole tra residenti, amministrazione comunale ed esercenti dei famosi “baretti” napoletani.

Il patto nasce come risposta alle continue proteste mosse dagli abitanti dei vicoletti adiacenti a via Chiaia, ricchi dei tanti bar che fanno da sfondo alla movida napoletana (anche se nel documento si legge che è valido “su tutto il territorio comunale“).

La nuova movida in 15 punti. 

Il Patto per la consapevolezza è costituito da 15 articoli, di cui uno introduttivo e uno indicante l’assenza di spese per il Comune per la sua messa in atto.

Punto fondamentale è sicuramente quello della regolamentazione degli orari di chiusura, stabiliti e fissi: alle 2, dalla domenica al mercoledì; alle 3 dal giovedì al sabato. Inoltre si impone un giorno di “riposo” e quindi di chiusura a tutti gli esercizi.

Importante anche il divieto di fare “offerte speciali” sui prezzi degli alcolici e l’obbligo a mantenere dei prezzi consoni non solo alle bevande vendute, ma anche e soprattutto alla zona in cui lo si fa. Ciò, ovviamente, nel tentativo di ridurre l’assunzione di alcolici da parte della clientela.

Il patto impone anche il divieto, dopo le 22.30, di vendere alcolici da asporto. A Capodanno, invece, tale divieto era stato fissato dalle 12 alle 24.

Gli altri articoli del patto riguardano l’obbligo per tutti i titolari dei bar di mantenere, in primo luogo, pulite le strade, anche posizionando contenitori per la differenziata nei locali, e in secondo luogo, di garantire l’ordine pubblico, dotandosi di più personale che, dalle 23 di ogni sera, ha il compito di allontanare e segnalare quei clienti più “fastidiosi”. Tali addetti sono resi riconoscibili, per eventuali segnalazioni, dalle pettorine con il logo del patto impresso sopra.

Inoltre, è garantita la presenza di un’ambulanza dalle 23 alle 2.30 ogni notte.

Il Comune, dal canto suo, si impegna ad effettuare continui controlli sia a tutela dei residenti che dei lavoratori, garantendo che le nuove norme siano rispettate.

A tale scopo, inoltre, “si costituisce un organo di monitoraggio che si riunirà con cadenza mensile costituito, oltre che da rappresentanti dell’Amministrazione comunale, da membri in rappresentanza di ciascuna rete di cui art.9 (la rete esercenti per la movida di qualità e la rete dei residenti per il buon vivere)”.

Il patto mantiene una certa flessibilità grazie all’articolo 11, sulle “azioni di premialità”.

In pratica, gli esercenti potranno ottenere delle deroghe e commettere dei piccoli strappi a queste regole, se si impegneranno a portare avanti una di queste iniziative: insonorizzazione dei locali; assicurarsi che la sede stradale davanti all’esercizio, venga lasciata libera da persone e cose; organizzazione di eventi sulle campagne civiche promosse dal Comune; esecuzione, con mezzi propri, di monitoraggi dell’inquinamento acustico nell’area; abbellimento del locale e dell’area di pertinenza con i fiori; messa a disposizione dei propri locali agli artisti cittadini.

“Un documento inutile”.

Non sono mancate alcune critiche, fioccate già da prima dell’attuazione del Patto.

Esse girano per lo più tutte intorno allo stesso punto e cioè l’impressione che il documento non sia andato ad aggiungere nulla di nuovo a quelle che erano già le regole imposte (in maniera autonoma o meno) ai titolari dei baretti napoletani.

Tra i detrattori, per così dire, anche il presidente della I Municipalità, di cui fa parte anche via Chiaia coi suoi vicoletti, Francesco De Giovanni.

Desire Rosaria Nacarlo