Ammettiamolo: se c’è una cosa positiva del 2016 sulla quale siamo tutti e tutte d’accordo, quella non può che essere la sua fine. Chi non ha tirato un sospiro di sollievo allo scoccare della mezzanotte del primo gennaio? La sensazione di essersi tolti di dosso un peso enorme, fastidioso; di aver cambiato pelle come i serpenti; di aver rinnovato il guardaroba. Insomma, di essere rinati.

Il 2016 è stato l’anno che ha visto l’intero globo dipingersi di un profondo rosso: dalle borse in caduta libera e dal bilancio negativo dell’economia, al sangue degli attentati terroristici, delle guerre in Medio Oriente e del dramma dei rifugiati nel Mediterraneo, per arrivare alla giungla di Calais, alle violenze al confine con l’Ungheria e alla politica globale dell’odio che ha visto la vittoria di Donald Trump alle presidenziali americane. E poi ancora la Buona Scuola, il Jobs Act, lo Sblocca Italia, la Brexit, i voucher, il populismo, la demagogia, l’affermazione dell’illiberalismo, la vittoria di “uomini forti” come Erdogan, Assad e Putin. Il 2016 è stato l’anno del caos.

2017: lavoro, diritto allo studio, ambiente
Violenze al confine dell’Ungheria.

Ma nemmeno il nostro Bel Paese ne esce illeso, anzi: è lecito affermare che l’anno passato sia stato l’anno della riscoperta della parte oscura della luna. Un salto nell’ignoto, un ripudio totale della democrazia e dei diritti umani. Facendo un excursus il bilancio è decisamente negativo: riforme anticostituzionali, manovre autoritarie, licenziamenti di massa, disoccupazione, contratti precari, aumento del tasso della povertà, scuole fatiscenti, malasanità, condizioni ambientali pessime, repressioni ingiustificate nelle piazze durante le contestazioni popolari. Ma se è vero che “il sole non si spegne solo perché chiudi gli occhi”, allora tanto vale ritentare; tanto vale ripartire, da noi.

E allora per il 2017 ci auguriamo, in primis, che non ci siano più Abd Elsalam, che nessun operaio muoia più “accidentalmente investito da un camion” durante un picchetto e che il mondo del lavoro non venga più frammentato e precarizzato da riforme che assottigliano le tutele ed i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Il lavoro disegna chiaramente l’idea di Paese, di democrazia, di sistema che si vuole creare. Ci auguriamo, per il 2017, che venga riconosciuto il vero ruolo di chi è collocato all’interno dei cicli produttivi; che vengano ridistribuite le ricchezze della produzione; che il lavoro venga liberato; che non venga reso merce di scambio e che giovani e precari non rimangano esclusi da un welfare omnicomprensivo.

2017: lavoro, diritto allo studio, ambiente

Per il 2017 ci auguriamo che questa generazione sia in grado di costruire un Paese radicalmente diverso, a partire dal diritto allo studio. Un diritto allo studio universale con leggi quadro realmente finanziate, in modo tale da contrastare la dispersione scolastica e l’espulsione dalle università; un diritto allo studio gratuito e di qualità per tutte e tutti, che non rappresenti un lusso o un investimento privato delle nostre famiglie. Non si tratta solo di migliorare le condizioni delle studentesse e degli studenti del nostro Paese, di permettere a chi vorrebbe studiare di farlo effettivamente, ma anche di costruire una società più giusta, libera ed aperta.

Ci auguriamo che venga finalmente compiuta una conversione verso modelli di sviluppo sostenibili e verso una gestione democratica dei territori. Non solo: pretendiamo che le conseguenze sull’ambiente e sulla salute dei cittadini delle logiche che hanno contribuito attivamente alla devastazione territoriale e sociale del nostro Paese vengano calcolate. Mai più TAV, TAP, MUOS, Sblocca Italia, trivelle; mai più un’economia dipendente dal combustibile fossile.

E allora, tanto per citare Gramsci, facciamo che ogni mattina sia capodanno. Ripudiamo le scadenze fisse. Non fossilizziamoci. Non perdiamo il senso della continuità della vita e dello spirito. Facciamo i conti con noi stessi ogni giorno e rinnoviamoci sempre.

Ana Nitu

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