È passata meno di una settimana da quella notte di Capodanno quando, ancora una volta, nuove immagini di attentati in Turchia fanno il giro delle televisioni e dei giornali di tutto il mondo. Lo scorso 31 dicembre, infatti, 39 persone sono state uccise e circa 70 ferite in un noto locale di Istanbul, il Reina, nel quartiere Beşiktaş. L’attentato è stato rivendicato dall’ISIS e la Turchia ha aperto il 2017 con la caccia al killer.

Ieri, nella giornata del 5 gennaio, la serie di attentati in Turchia aumenta ancora. La città colpita, questa volta, è Smirne, situata a ovest della Turchia e recentemente colpita da arresti durante le ricerche del killer del Reina. Prima l’esplosione, causata da un’autobomba nei pressi del Palazzo di giustizia nel distretto di Bayraklı. Poi l’assalto all’interno del tribunale, dal quale – riportano alcuni media locali e l’ANSA stessa – sarebbero stati uditi degli spari. Tre sarebbero i terroristi sul luogo, due dei quali uccisi dalla polizia subito dopo. Al momento le vittime, oltre i terroristi, sono due: un dipendente del tribunale e un poliziotto. Ma le notizie sono in continuo aggiornamento.

Notizie pessime, quindi, aprono il nuovo anno in Turchia. A queste si aggiunge la ricerca spasmodica dell’assalitore del Reina. L’uomo era stato inizialmente identificato con un kirghiso di 28 anni, Iahke Mashrapov, che però, una volta interrogato, ha provato la propria estraneità alla strage. Subito dopo Mashrapov, giungono nuove, frammentarie notizie dai vertici della politica: «Il killer è stato identificato», afferma il ministro degli Esteri Mevlüt Çavuşoğlu, senza aggiungere altro. Il vicepremier Veysi Kaynak si spinge un po’ oltre e afferma che con buone probabilità il killer è un uiguro, ovvero un cinese di etnia turcofona, proveniente dalla regione Xinjiang a nord-ovest della Cina.

Mentre il vice primo ministro Kurtulmuş presenta l’ipotesi dei servizi segreti: «Sono dell’idea che non sia possibile che l’autore abbia compiuto un attacco del genere senza alcun supporto. Ha l’aria di un’azione da servizi segreti. Tutti questi aspetti sono oggetto di valutazione».

Nel frattempo, il parlamento turco ha annunciato che prolungherà per altri tre mesi lo stato d’emergenza proclamato dopo il fallito golpe di luglio. Questo prolungamento comporterà ancora una volta poteri speciali per il presidente Erdoğan che, proprio grazie allo stato d’emergenza, può presiedere direttamente il Consiglio dei ministri ed emanare leggi saltando i lunghi passaggi parlamentari e intervenire così più tempestivamente. Erdoğan infatti, all’indomani degli attentati in Turchia, ha dichiarato che il paese «continua la sua lotta contro il terrore ed è assolutamente determinato a fare qualunque cosa sia necessaria per assicurare la sicurezza e la pace dei cittadini».

Ma allo stesso tempo, lo stato d’emergenza è stato utilizzato per limitare fortemente i diritti dei cittadini, la libertà di stampa, di associazione, di manifestazione. Il pluralismo politico, dopo la battaglia a tutto spiano che ha coinvolto e coinvolge tuttora gli oppositori di Erdoğan – tra cui in primo luogo il partito filo-curdo HDP – è un miraggio sempre più lontano nella penisola anatolica.

Sulle ragioni che hanno portato i seguaci dell’ISIS a colpire pesantemente la Turchia ancora si brancola nel buio. Dopo l’assassinio dell’ambasciatore russo ad Ankara, era stata paventata l’idea che lo Stato Islamico si stesse opponendo alla “triplice alleanza” Russia-Turchia-Iran in funzione anti-ISIS in Siria e che, con l’uccisione di Karlov, intendesse mettere in crisi l’alleanza russo-turca. Cosa che tuttavia non è successa.

Le stragi, invece, danno adito a un altro tipo di risposta nell’altra parte del mondo. Donald Trump, a seguito degli attentati in Turchia – e a quello di Berlino – aveva confermato ancora una volta la necessità di impedire l’immigrazione di musulmani negli Stati Uniti: «Quello che sta succedendo è terribile, terribile e va fermato». Pare che gli attentati siano, per il presidente Trump, semplicemente l’occasione per ribadire ancora una volta la sua politica di chiusura degli States nei  confronti dei migranti musulmani.

Il mese di dicembre, assieme a questa prima settimana di gennaio, è dunque segnato dal sangue: l’attentato allo stadio Beşiktaş, l’autobomba esplosa a Kayseri, il Capodanno di sangue al Reina e adesso Smirne, città solitamente estranea a questo tipo di conflitti, anche per la sua posizione geografica. I morti, turchi o stranieri, superano il centinaio. Una scia che sembra non volersi fermare.

Elisabetta Elia

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