Caro direttore,
sto leggendo un libro in inglese che parla delle differenze tra essere e apparire, tra il conquistare per sé e il condividere con gli altri, e ti scrivo questa lettera mentre sono sull’Airlink100, l’autobus azzurro che mi porta tutte le mattine alle 4 all’aeroporto di Edimburgo.

Tu non vedrai mai tutti gli zig-zag su questo foglio, perché ricopierò tutto su un documento word, ma voglio pensare che la vita di tutti, così come la mia e la tua, sia fatta proprio di zig e zag, un’alternanza di alti e bassi, di up and down.

Mi hai più volte chiesto di raccontarti cosa faccio e di parlarti di come la mia vita è cambiata da quando vivo qua. E forse adesso è venuto il momento di parlarne. Fuori, oltre questo vetro di questo autobus in movimento, è ancora tutto buio, ma c’è qualcosa in questa città che non dorme mai. E, anche se la strada che faccio ogni giorno è sempre la stessa, la vita che mi scorre davanti ha sempre qualcosa di nuovo e di curioso. Mi piace pensare che, nonostante tutta questa novità che mi ha invaso e che forse mi sta cambiando, io abbia sempre in serbo gli stessi sogni, gli stessi obiettivi da voler gridare al mondo.

Del resto, cosa sarebbe la nostra vita senza un sogno? Se qualcuno mi avesse preannunciato tutto questo sacrificio, forse io ora non sarei qua a scriverti, ma se lo stesso mi avesse detto che la Scozia mi avrebbe fatto maturare di più, io non c’avrei creduto.

Dopotutto, se qualcuno durante i miei duri anni di università mi avesse proferito che la mia vita sarebbe stata altrove e sarebbe stata così diversa, forse avrei studiato di più l’inglese, o forse sarei scappata via allora, rifugiandomi in uno di quei ricordi infantili che mi provoca nostalgia e che mi tiene sveglia qualche notte.

Perché l’Italia non ci ha voluti, direttore? Perché il nostro paese ci vorrebbe tutti lontani e poi non ci insegna le lingue straniere correttamente? Noi siamo cresciuti in un Paese che tutto il mondo descrive come il più bello, ma perché quando lo guardiamo noi da lontano ci sembra il peggiore di tutti?

Ogni giorno incontro persone da ogni parte del mondo e mi trovo a confrontarmi inevitabilmente con ognuna di esse. Ed ogni volta il risultato è sempre lo stesso. Brasile, Argentina, Svizzera, Germania, Etiopia, Qatar, Pakistan, India… mi passano davanti agli occhi restando ferma. E alcune volte mi sento fuori posto, fuori orbita. Persone diverse che ogni giorno mi insegnano qualcosa e che so di non rivedere facilmente una seconda volta. Città come Berlino, Londra, Ginevra, Dubai, Addis Abeba, Islamabad, Kabul, Tbilisi, Tripoli e Marrakech, mi passano davanti senza che io lo voglia e il confronto diventa inevitabile.

Ho condiviso qualche ora con una donna in niqab e l’ho vista ridere di cuore, ho visto uomini poligami avere rispetto per ognuna delle proprie mogli e uomini piangere nel vedere il proprio compagno allontanarsi alla security check. Ho pianto quando una ragazzina austriaca mi ha confidato di non voler lasciare il suo papà qua in Scozia e ho gioito per il primo volo di una bimba di due settimane.

La vita è bella, direttore, anche se è proprio strana. Ci costringono a studiare interi volumi della nostra storia per comprendere come va il mondo, mentre basterebbe che ci aiutassero a capire che le differenze non esistono e che la gente è bella tutta. Perché non esistono popoli diversi, ma esiste gente che ogni giorno lotta contro qualcosa, vive per un sogno, sorride e piange per qualcosa. Esiste gente che incontra altra gente. Ed è questa la mia vita adesso.

C’è una cosa che non ho capito ancora, direttore. L’Italia è in questo momento sotto l’occhio acuto di molte, moltissime persone. Qualcuno non condivide le sue logiche ma crede possa risollevarsi. Altri invece, sembrano gioire per le sue difficoltà. Molti non capiscono ancora perché permetta ai suoi giovani di andare via a cercare un futuro altrove, e onestamente nemmeno io.

Quindi perché? Perché l’Italia ci vuole fuori? Perché non ci aiuta a tornare e a pensare ad un futuro per servire la sua e la nostra gente? Credo sarà molto difficile avere una risposta, e né lei direttore, né io con le mie ricerche possiamo assolvere a questo interrogativo. Del resto, cosa possiamo rispondere, noi, agli stranieri e a noi stessi, se la nostra patria vede morire ogni giorno i suoi figli a causa di malattie incurabili, spendendo più soldi per cercare di tenerli in vita che per risolvere il disastro ambientale nella Terra dei fuochi?

Direttore, credimi. Quando penso all’Italia soffro. Ma è solo qui, adesso, che quando mi guardo intorno posso affermare con certezza che vale la pena di vivere. Io i sogni ce li ho ancora. E spero sempre, al di là di tutto, di poterli realizzare un giorno.

Anna Lisa Lo Sapio