Nel panorama del lavoro italiano è stato introdotto da qualche anno uno strumento retributivo e previdenziale nuovo: il voucher.

Chiunque non sia al di fuori dalla realtà della vita lavorativa quotidiana ne ha almeno sentito parlare. Negli ultimissimi tempi i voucher sono diventati un forte terreno di scontro politico sia concettuale che pratico.

Prima di approfondire la stretta attualità è utile capire come nascono e come si sono evoluti.

Molto spesso i giovani (ma non solo) lavorano come babysitter, fanno ripetizioni, partecipano alla vendemmia o ad altre attività occasionali. Lavori definiti “occasionali” proprio perché caratterizzati dalla breve durata e dalla discontinuità.

Essi in passato non erano regolati da alcuna forma di contratto tra le parti, perciò i lavoratori non erano tutelati né dal punto di vista assicurativo né dal punto di vista previdenziale.

In questo senso nascono i voucher: ognuno di essi ha un valore di 10 euro, di cui 7,50 euro costituiscono il compenso ricevuto dal lavoratore e i restanti 2,50 euro, invece, vengono in parte versati all’Inps come contributo per il lavoratore e in parte all’Inail come assicurazione contro gli infortuni.

Tuttavia dal punto previdenziale non rappresentano una tutela effettiva. Infatti secondo Ettore Vittiman, presidente del comitato provinciale dell’Inps di Venezia, dieci anni di contributi di voucher equivalgono a un anno di contributi tradizionali.

Inoltre, in questi ultimi anni, il sistema si è esteso anche ad altre tipologie di lavoratori. Non più solo i ragazzi con meno di 25 anni di età e non meno di 16, ma anche lavoratori part-time, pensionati, cassaintegrati, lavoratori extracomunitari, inoccupati e disoccupati. Nel 2008 gli italiani retribuiti in questo modo erano venticinquemila, nel 2015 un milione e mezzo. È chiaro, dunque, che c’è qualcosa che non va.

Tutte le contraddizioni del sistema voucher sono state messe in luce da Milena Gabanelli nella puntata di Report del 22/11/2015. L’integerrima conduttrice ha affermato:

«Il segretario generale del ministero del lavoro ha suggerito che non è necessario dire prima quando un tizio inizia a lavorare. Basta dirlo dopo, altrimenti lo status non è più flessibile. Infatti è diventato così flessibile che quasi legittima il lavoro nero: con pochi centesimi copro l’assicurazione per otto ore di lavoro, pagando per una».

Il programma televisivo ha evidenziato anche come sia rischioso per l’Inail questo tipo di retribuzione: versando contributi assicurativi per un monte minimo di ore, ma coprendo tutto il lasso di tempo in cui un dipendente lavora, all’Inail entra meno di quello che dovrebbe. In questo modo sarà più difficile tutelare i lavoratori.

Dal singolo imprenditore il dipendente non può ricevere più di duemila euro in voucher all’anno, tremila se è un cassaintegrato. Quindi dovrebbero coprire solo il lavoro occasionale. Dall’inchiesta di Report si evince che nell’edilizia, ad esempio, qualcuno ha sfruttato questo sistema per il pagamento del lavoro tempo pieno.

Infatti un operaio di Rimini ha affermato di aver lavorato per sei mesi, otto ore al giorno, percependo quotidianamente trentotto euro in voucher. Come lui anche i suoi colleghi venivano pagati in questo modo e chissà quanti in tutto il paese! Tutto ciò, ovviamente, non è giusto visto che i voucher dovrebbero ricoprire solo i lavori di breve durata e perché dal punto di vista previdenziale valgono dieci volte in meno della contribuzione tradizionale.

Anche Tito Boeri, presidente dell’Inps, ai microfoni di Report si diceva preoccupato della situazione:

«Sarebbe un problema se non si trattasse di lavoro occasionale ma dell’unica prestazione di lavoro che la persona sta svolgendo. Sarebbe un fenomeno grave perché si tratterebbe di una retribuzione bassa, poco tutelata e avremmo anche un problema molto serio di futuro previdenziale».

L’ undici gennaio prossimo, in commissione Lavoro alla Camera,  riprenderà l’esame della riforma dei voucher, che era ferma da maggio. Il presidente della Commissione Cesare Damiano, primo firmatario di una delle proposte, spiega che «lo scopo non è di impedire i referendum, ma di fare una buona legge che eviti gli abusi verificatisi negli scorsi anni», inoltre aggiunge che il ddl «è di correzione dello strumento dei voucher e non di abolizione».

Nonostante il premier Gentiloni dichiari che i voucher «non sono il virus che semina il lavoro nero, non hanno il copyright del lavoro nero», sostiene comunque che bisogna «correggere gli abusi».

Il lavoratore che viene pagato in voucher non può usufruire della malattia, della tredicesima,  del TFR, della maternità e, per ora, sul sito dell’Inps non c’è traccia neanche dei minimi contributi di cui avrebbe diritto.

Dal punto di vista degli imprenditori, invece, ci sono sono solamente dei vantaggi: possono pagare un’ora di lavoro a fronte di quelle realmente svolte, rimanendo tutelati dal punto di vista legale.

Modificare questo sistema e impedire che vengano incentivati il lavoro nero, gli abusi e lo sfruttamento è, dunque, una battaglia da fare nell’immediato, nel nome dell’equità e della giustizia.

Alessandro Fragola