WhatsHappening: la geopolitica del 2016 per affrontare il 2017

Edizione speciale di gennaio 2017

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Cari lettori, questo mese l’edizione speciale di WhatsHappening analizza il 2016 e le prospettive per il 2017 delle aree protagoniste della nostra rubrica. America Latina e Caraibi, Stati Uniti, Africa, Medio Oriente ed Europa rivissute attraverso le dinamiche e gli episodi che le hanno segnate nel corso dell’anno appena trascorso, affinché ciò che è accaduto ci consenta di conoscere più a fondo la realtà in cui siamo immersi.

AMERICA LATINA E CARAIBI

Il 2016 è stato un anno denso di appuntamenti elettorali, con alcuni segnali che hanno lasciato intravedere un certo cambio di rotta politico rispetto al passato. In particolare, sembrerebbe che, ormai in molte realtà dell’America latina, la crisi economica, la povertà e il disagio sociale abbiano decretato la rinuncia da parte dei cittadini a continuare ad inseguire il sogno egualitario incarnato da personaggi come Evo Morales in Bolivia, o ancora abbiano incoraggiato a rifiutare del tutto l’opzione di governo a sinistra per rifugiarsi in una scelta tra due candidati di destra, come in Perù. whatshappeningIl risultato di questo quadro complesso, emerso analizzando l’esito di consultazioni molto diverse (come possono essere il referendum costituzionale in Bolivia  e quelle presidenziali e parlamentari in Perù) è piuttosto eloquente: complice probabilmente la crisi venezuelana e le inadeguatezze di Maduro – che aveva subito a fine 2015 il primo colpo da parte di un’opposizione di destra – nonché la sconfitta della Kirchner in Argentina di un anno fa, al populismo, inteso come “politica del popolo e per il popolo” nell’accezione genuinamente latinoamericana e radicato nella regione da ormai lunghi anni, si chiede ormai discontinuità nella leadership (nel caso boliviano, con Morales che non potrà ricandidarsi per un nuovo mandato perché bocciata la sua riforma costituzionale) o di cedere addirittura il passo a una destra che sembra più solida e concreta, nonostante i suoi legami con le élites. Quest’ultima, va sottolineato, sembra rimanere comunque preferibile a quella che predica il populismo “cattivo”, all’europea per intendersi, incarnato dalla controversa peruviana Keiko Fujimori, che ha ceduto al ballottaggio all’economista Kuczynski. La fine del governo di Dilma in Brasile, altro pilastro della sinistra radicale del Sudamerica ormai crollato sotto il peso della corruzione, ha completato la scena.La Colombia cerca la pace nuovo accordo tra FARC e governo Propositi per il 2017: per l’equilibrio regionale sarà interessante osservare se il trend discendente della “izquierda” continuerà, magari già da febbraio con le elezioni presidenziali nell’Ecuador di Flores. Fuori dall’area ispanica, resiste la crisi democratica di Haiti, sempre in bilico tra vecchi e nuovi Presidenti, in cui non si riesce ancora ad organizzare una tornata elettorale dal risultato affidabile. Infine, tra i voti più importanti del 2016 spicca il referendum in Colombia, che ha respinto l’accordo di pace tra Governo e FARC. Il popolo colombiano non è ancora pronto al perdono e al reintegro politico e istituzionale dei guerriglieri separatisti: la parola al 2017 per una nuova soluzione.

STATI UNITI

Il 2016 negli USA è stato l’anno delle elezioni presidenziali e, in particolare, di Donald Trump. Secondo molti analisti è con la sua elezione che il “secolo breve” è alla fine terminato e la morte di Fidel Castro del 25 novembre avvalora la tesi. L’anno era iniziato, però, all’insegna del presidente uscente Barack Obama: il 16 gennaio l’Agenzia internazionale per l’energia atomica annunciava lo smantellamento del programma iraniano per la costruzione di armi nucleari, e le Nazioni Unite rimuovevano le sanzioni precedentemente accordate. Una grande vittoria di Obama e della sua negoziazione. Per il resto, l’attenzione dei cittadini americani è stata rivolta ovviamente alla corsa alla Casa Bianca. Al termine di primarie senza esclusioni di colpi (basti citare i leaks che hanno svelato manovre sotterranee della Clinton per conquistare il partito), il 7 giugno Hillary Clinton è diventata la prima donna candidata presidente degli Stati Uniti. whatshappeningLa sua corsa alla Casa Bianca è stata però fermata dalla sorprendente ascesa di Donald Trump, che con 306 Grandi Elettori conquistati ha battuto la Clinton, ferma a 232, nonostante quest’ultima abbia nel complesso ottenuto più voti (48,1% contro il 46% di Trump). Dunque sono arrivate le prime indiscrezioni sulle nomine del neopresidente: la più clamorosa dovrebbe essere quella di Rex Tillerson a Segretario di Stato, presidente di ExxonMobil, «petroliere amico di Putin» sentenziano i democratici. La sua investitura dovrà essere approvata dal Senato, nel quale i repubblicani hanno una maggioranza di 52 voti contro 48. Oltre ad essere stato l’anno di Trump però il 2016 è stato l’anno del terrorismo jihadista, ed anche gli USA sono stati colpiti: il 12 giugno la strage in un locale gay di Orlando ha provocato 50 morti e forse rafforzato l’immagine del protezionista neopresidente. A settembre, inoltre, gli USA hanno ratificato gli accordi globali di Parigi sul clima, redatti nella COP 21 di dicembre 2015. Il 2017 sarà ancora di più l’anno di Donald Trump, in positivo o in negativo. Per il 20 gennaio è atteso il suo insediamento ufficiale.

AFRICA

In questo 2016, non sono mancati gli appuntamenti elettorali nei Paesi del continente africano. Tra questi hanno votato: il Benin, il Ciad, il Marocco, il Niger e il Gambia. Le elezioni presidenziali in Benin, Paese dell’Africa occidentale, si sono tenute il 6 marzo di quest’anno. I candidati erano ben 33. Patrice Talon, imprenditore del cotone presentatosi come indipendente, le ha vinte contro Lionel Zinsou, per il partito Forze Cauri per un Benin emergente, arrivato secondo. In Ciad invece le elezioni si sono tenute ad aprile e i candidati erano 14. A vincere è stato il presidente uscente, Idriss Deby Itno, ottenendo così il quinto mandato dopo più di vent’anni al potere in uno dei Paesi più poveri al mondo. whatshappeningIn Marocco, si sono tenute ad ottobre le elezioni parlamentari e a primeggiare è stato il partito islamista moderato Giustizia e sviluppo, con Abdelillah Benkirane primo ministro. Ha perso in questa tornata il Partito dell’autenticità e della modernità, considerato vicino alla monarchia. Le elezioni in Niger si sono tenute tra febbraio e marzo. Il secondo turno a marzo ha confermato la vittoria del presidente uscente Mahamadou Issoufou del Partito Nigerino per la Democrazia e il Socialismo contro il rivale Hama Amadou, che aveva ottenuto il 18% dei consensi al primo turno. In Gambia, il più piccolo Stato africano, le elezioni si sono tenute proprio all’inizio di dicembre e a sorpresa ha vinto l’opposizione: il presidente uscente, che governava in maniera autoritaria dal colpo di stato del 1994, ha perso contro l’imprenditore Adama Barrow, sostenuto dai partiti di opposizione. La vittoria di Barrow, oltre a destare particolare stupore, ha avuto anche una valenza simbolica molto importante, dato che l’ex presidente Jammeh era considerato uno dei leader autoritari africani più saldi al potere.

MEDIO ORIENTE

Il Medio Oriente del 2016 è stato in gran parte palcoscenico di tensioni internazionali, guerre, ritrovate alleanze e terrorismo. L’anno in questione è iniziato da appena tre giorni quando l’ambasciata saudita di Teheran viene assalita nel nome dell’imam sciita al-Nimr, giustiziato in Arabia Saudita come terrorista malgrado la contrarietà, tra gli altri, dell’Iran stesso. Come pedina di un cerchio destinato a chiudersi, il Medio Oriente è nuovamente coinvolto in uno scossone diplomatico il 19 dicembre, quando l’ambasciatore russo Karlov viene assassinato ad Ankara – tuttavia, in questa occasione i rapporti tra i due Stati coinvolti sembrano rafforzarsi: Russia e Turchia proseguono nella comune lotta al terrorismo dello Stato Islamico, e a loro si affianca l’Iran, che ha ritrovato un vecchio alleato in Erdoğan. Quest’ultimo, reduce dal tentato golpe del 15 luglio, ha reso la Turchia ostaggio dello stato di emergenza e della repressione ai danni di coloro accusati di essere nemici del Governo: Gülen, il PKK, i filo-curdi dell’HDP, finanche l’UE quando disapprova i metodi del presidente turco. whatshappeningSullo sfondo degli equilibri internazionali che coinvolgono diversi Paesi del Medio Oriente vi è il già citato Stato Islamico, che nel 2016 ha sia subito l’offensiva dei nemici, sia diffuso ulteriormente il timore che la radicalizzazione e le cellule terroristiche siano ovunque. Il 2016, da questo punto di vista, è culminato nella guerra consumatasi tra le strade di Aleppo – nella Siria di al-Assad –, che ha stremato i civili. Parimenti disastrata dal punto di vista umanitario è l’irrisolta situazione bellica in Yemen. Apparentemente estranei alle vicissitudini delle regioni circostanti e cristallizzati in una contesa atemporale sono invece Israele e Palestina, i cui rapporti sono minati, tra gli altri fattori, da pretese territoriali che rendono complesso il processo di pace. Ma il Medio Oriente del 2016 è anche quello del Libano, che ritrova nel presidente Aoun e nel primo ministro Hariri la stabilità politica; e quello del Kuwait, il cui parlamento è stato reiventato in occasione delle elezioni del 26 novembre. Il 2017 eredita una situazione in bilico a causa di vari fattori, tra cui le incognite rappresentate dallo Stato Islamico e dalle relazioni intessute attorno alla figura di al-Assad.

EUROPA

L’Europa di questo 2016 è stata un’Europa segnata dall’incertezza, dove sicurezza e frontiere hanno occupato un posto centrale tra le preoccupazioni dell’opinione pubblica e della politica. Avanzano da Nord a Sud spinte di stampo euroscettico e populista, innervate dal malcontento popolare e dalla crisi di consenso dei partiti europeisti tradizionali: il successo della destra islamofoba dell’AfD guidata da Frauke Petry alle regionali di marzo e settembre, i populismi xenofobi di Geert Wilders e Marine Le Pen in Olanda e in Francia, pronti per le elezioni del 2017, il referendum ungherese di ottobre – fallito – per respingere 1300 profughi, proposto dal premier anti-europeista Viktor Orbán, la crescita dell’estrema destra in Austria, bloccata dalla vittoria dell’europeista Alexander Van der Bellen. E poi la Brexit, con quel Leave che ha stravolto tutti i pronostici, aprendo un vulnus ancora da ammortizzare. whatshappeningAnche in Italia il movimento euroscettico dei Cinque Stelle ha rimescolato le carte in tavola, attirando sempre più proseliti e marciando tra i vincitori del “no” al referendum del 4 dicembre, un “no” alla politica del governo Renzi più che alla riforma costituzionale. Il 2016 è stato segnato anche dal nuovo terrorismo jihadista, nutrito da esclusione sociale e ideologia estremista: gli attentati di Bruxelles il 22 marzo (31 morti e 300 feriti), di Nizza il 14 luglio (più di 70 morti e 130 feriti), di Monaco il 22 luglio (9 morti e 35 feriti) e quello di Berlino il 19 dicembre (12 morti, 48 feriti) hanno scosso la società civile e alimentato l’ideologia dei confini da proteggere e della retorica noi-loro. A fianco dell’immagine di un’Europa che si scopre vulnerabile e minacciata c’è quella del dramma dei migranti, che fuggono da guerra e disperazione: 174.962 arrivati in Italia (+13,5% rispetto al 2015), 350mila in Germania, 172.160 in Grecia. Gli effetti della crisi economica, il terrorismo, l’incapacità delle istituzioni di dare una risposta efficiente al flusso migratorio (si pensi a Calais e Idomeni) hanno alimentato sentimenti di insicurezza e chiusura, ma soprattutto di sfiducia nei confronti dell’Unione Europea, che ora ha davanti a sé la grande sfida di recuperare se stessa e il suo progetto iniziale di cooperazione tra popoli.

Hanno collaborato: Sabrina Carnemolla, Rosa Ciglio, Ludovico Maremonti, Valerio Santori, Rosa Uliassi

Edizione speciale di dicembre 2016