La fine dell’anno rappresenta sempre periodo di bilanci, infatti l’ISTAT non è stata da meno e ha registrato un calo dello 0,1% sui prezzi al consumo durante tutto il 2016.

Non sarebbe una percentuale importante se non fosse che, sempre secondo l’ISTAT, non si aveva una deflazione dal lontano 1959 quando si ebbe un calo dello 0,4% nonostante 58 anni fa si avesse in situazione economica molto più fiorente di oggi, nel pieno della crisi economica.

Nonostante tutto, l’’inflazione di fondo, calcolata al netto degli alimentari freschi e dei prodotti energetici, rimane comunque col segno positivo (+0,5%), anche se calato rispetto all’anno precedente, nel 2015, in cui la crescita era dello 0,7%.

A dicembre si è però registrato una sorta di “miracolo natalizio”: il tasso di inflazione ha fatto un salto, facendo crescere i prezzi, secondo i dati provvisori, dello 0,5% rispetto a dicembre 2015, conseguendo l’aumento maggiore due anni e mezzo. Da notare anche la crescita dell’indice dei prezzi dello 0,4% rispetto a novembre 2016. Questa ripresa non ha purtroppo nulla di miracoloso essendo dovuta fondamentalmente alle accelerazioni della crescita dei prezzi degli energetici non regolamentati (+2,4%, da +0,3% di novembre), dei servizi relativi ai trasporti (+2,6%, da +0,9% di novembre), e degli alimentari non lavorati (+1,8%, era +0,2% il mese precedente).

Segnali positivi arrivano dall’economista di Intesa Sanpaolo, Paolo Mameli, secondo il quale la crescita continuerà nei prossimi mesi e rappresenta un segno di normalizzazione. Tuttavia «essa sarà molto lenta perché, una volta venuto meno l’effetto statistico sull’energia, prevarrà la dinamica assolutamente contenuta dei prezzi core. Per il 2017 – scrive Mameli – ci aspettiamo un aumento dei prezzi al consumo di almeno l’1%, dopo tre anni di sostanziale stagnazione».

Di parere opposto sono le associazioni dei consumatori che non vedono con gioia il calo dei prezzi registrato nel 2016, ma al contrario evidenziano come questa tendenza, unita alla deflazione, dimostri che il Paese è ancora in crisi. Inoltre fanno notare che lo “sprint” di dicembre è stata determinata soprattutto dal rialzo della benzina e del gasolio, non da un’effettiva ripartenza dei consumi.

Il Codacons, tramite il presidente Carlo Rienzi, sostiene in una nota che la deflazione «porta l’Italia indietro di 60 anni, determinando effetti recessivi per l’intera economia del paese ed è il frutto del crollo record dei consumi, che negli ultimi 8 anni sono calati di ben 80 miliardi di euro», e accusa i rincari di dicembre: «Il balzo dei prezzi nell’ultimo mese dell’anno è da attribuire unicamente al caro-benzina, con i distributori di carburanti che hanno fortemente rincarato i listini determinando aumenti in tutti i settori». Anche Federconsumatori e Adusbef in una nota congiunta si dicono «preoccupati per i primi segnali che ci giungono in merito ad aumenti importanti dei prezzi di carburanti, autostrade, energia elettrica e gas» aggiungendo che «è necessario che il governo metta in atto capillari controlli per evitare che si inneschino intollerabili meccanismi speculativi a spese dei cittadini»

Anche il presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, Massimiliano Dona, è dello stesso avviso: «il fatto che l’Italia sia in deflazione e che questo non accadeva da oltre mezzo secolo, ossia dal 1959, dimostra che, nonostante la recessione sia tecnicamente finita, il Paese è ancora in piena crisi e la domanda stenta a ripartire. Ci preoccupa, in prospettiva continua Dona il rialzo mensile dei beni energetici non regolamentati (+1,1%), dovuto non certo ad una ripresa della domanda interna. In un solo mese si sono avuti aumenti dei prezzi di tutti i carburanti, dal gasolio per mezzi di trasporto (+1,5%) alla benzina (+1,0%). Anche il gasolio per riscaldamento è salito dell’1,8%. Se a questo si aggiunge che l’Istat non ha ancora incorporato la stangata di gennaio, +0,9% per la bolletta della luce e +4,7% per quella del gas, con un aggravio di spesa annua, per la famiglia tipo, di 52,50 euro, 4,5 euro per la luce e 48 euro per il gas, ecco che il quadro diventa allarmante. Per questo, il governo Gentiloni dovrebbe intervenire almeno sulle imposte sul gas, pari al 38,18% e mettere mano agli oneri di sistema sull’elettricità, pari al 20,36%», termina il presidente Dona.

La Coldiretti si unisce al coro protestando contro gli «effetti devastanti nelle campagne dove i prezzi riconosciuti agli agricoltori crollano mediamente di circa il 6% nel 2016 ed in alcuni casi, come per il grano, non coprono neanche i costi di produzione. Gli agricoltori nel 2016 hanno dovuto vendere più di tre litri di latte per bersi un caffè o quindici chili di grano per comprarsene uno di pane, ma la situazione non è migliore per le uova, la carne o per alcuni prodotti orticoli. Nonostante il crollo dei prezzi dei prodotti agricoli in campagna sugli scaffali i prezzi dei beni alimentari sono aumentati dello 0% nel 2016 anche per effetto delle speculazioni e delle distorsioni di filiera nel passaggio dal campo alla tavola.»

Federico Rossi

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