Mio padre è stato per me l’ “assassino”

fino ai vent’anni che l’ho conosciuto.
Allora ho visto ch’egli era un bambino,
e che il dono ch’io ho da lui l’ho avuto.

Aveva in volto il mio sguardo azzurrino,
un sorriso, in miseria, dolce e astuto.
Andò sempre pel mondo pellegrino;
più d’una donna che l’ha amato e pasciuto.

Egli era gaio e leggero; mia madre
tutti sentiva della vita i pesi.
Di mano ei gli sfuggì come un pallone.

“Non somigliare – ammoniva – a tuo padre”:
ed io più tardi in me stesso lo intesi:
Eran due razze in antica tenzone.

“Autobiografia” è il titolo di questo sonetto che, in poche righe, ci permette di mettere a fuoco i punti chiave della vita del poeta che abbiamo scelto di raccontare nel nostro appuntamento letterario di oggi: Umberto Saba. Una lirica che somiglia troppo ad una confessione, l’ammissione di una dicotomia congenita e svelata solo all’età di vent’anni, l’età dell’inizio della nevrosi, l’età del primo incontro col padre. Un padre estraneo che nel 1883, quando Umberto venne alla luce, aveva già abbandonato la madre, alla ricerca di altri amori, di altri letti. Un padre figurato per vent’anni come l’assassino, il colpevole di tutti i pesi della vita, gravanti sulle spalle cariche di angoscia e di odio di una madre rigida e severa. Un padre che, invece, si rivela simile a lui, nel viso e nell’anima. Leggero, imprendibile, come un palloncino. Due caratteri in lotta come le loro razze. Ariana ed Ebrea.

Umberto Poli: questo è il vero nome del poeta che rifiutò il cognome paterno per adottare lo pseudonimo “Saba”, dalla balia Peppa Sabaz, che si prese cura di lui fino all’età di tre anni, con lo stesso amore e la stessa dedizione che avrebbe dedicato al suo unico figlio, perso da poco. Per Umberto Saba i suoi primi tre anni di vita resteranno sempre il ricordo di un periodo felice, di un calore umano prima sconosciuto.

Al seno

approdo di colei che Berto ancora

mi chiama, al primo, all’amoroso seno,

ai verdi paradisi dell’infanzia.

 

Il ritorno con sua madre, la sua educazione severa e repressiva, segnano l’inizio della scissione interiore che degenererà in malattia mentale.

 

Un grido

s’alza di bimbo sulle scale. E piange

anche la donna che va via. Si frange

per sempre un cuore in quel momento.

 

“È Umberto Saba quel bimbo”.

 

Altra componente determinante per la sua poesia è la sua città nativa, Trieste. Al momento della sua nascita, Trieste apparteneva all’impero austro-ungarico, ragion per cui Saba rimase estraneo alle tendenze avanguardistiche che si diffondevano in Italia. Il suo sentirsi “arretrato” rispetto ai contemporanei, accrebbe in lui il desiderio di un riconoscimento sempre più vasto da parte dei lettori. La fedeltà ai modelli letterari tradizionali non si motiva soltanto con l’estraneità alle correnti contemporanee, ma anche con l’aspirazione ad affermarsi come poeta nazionale, letto da tutti, amato da tutti. Il dualismo dell’animo di Saba si specchia nella sua più grande opera, “il Canzoniere”: semplice e complessa, tradizionale ed ultramoderna. Perché Trieste fu sì la causa della sua “arretratezza”, ma fu anche il trampolino che gli permise di conoscere prima del resto degli autori italiani le opere europee che gli consentirono di affrontare in modo originale la problematica dell’uomo contemporaneo e la decifrazione della realtà. Con la sua esigenza di un realismo psicologico si è guadagnato l’appellativo di “psicanalitico prima della psicanalisi”, attribuitogli da Contini. La sua poesia si pone l’obiettivo del ritrovamento dell’integrità dell’uomo, tale da poter conquistare l’armonia nella vita sociale. L’onestà delle sue parole, la difesa della chiarezza sono mosse dal semplice desiderio “d’essere questo soltanto: fra gli uomini un uomo.”

-“Uno dei due è matto. E l’altro cerca di calmarlo”. Umberto Saba e sua moglie Lina

La poesia di Saba parla d’amore: l’amore per la sua balia, l’amore la sua Lina, protagonista di “A mia moglie”. Saba scrisse che “se un bambino potesse sposare e scrivere una poesia per sua moglie scriverebbe questa”. La sua donna qui appare come una “giovane e bianca pollastra, una gravida giovenca, una pavida coniglia, una rondine che torna in primavera, una provvida formica”. La figura di moglie si mescola a quella di madre: all’ingenuità infantile si affianca un erotismo mascherato che rimanda al complesso di Edipo freudiano, a conferma del fatto che la psicanalisi costituisce una delle chiavi di accesso al sistema dei significati dell’arte di Saba.

Così, nella semplicità, la sua poesia si sublima: si veste, cioè, di bellezza per nascondere il grande male dell’anima: quella scissione nata con lui, odiata e combattuta e mai colmata.

“O mio cuore dal nascere in due scisso,

quante pene durai per uno farne!

Quante rose a nascondere un abisso”.

Sonia Zeno

 

CONDIVIDI
Articolo precedenteL’USB in presidio davanti al palazzo della Regione
Articolo successivoL’Eurodeputato cambia gruppo e Grillo gli chiede i soldi

Sonia Zeno, nata il 19/08/93 a Napoli e residente in Ercolano. Laureata in Lettere moderne, attualmente studentessa di Filologia moderna, aspira a diventare una scrittrice e docente di letteratura italiana. Amante della poesia e convinta che essa sia capace di donare occhi nuovi con cui guardare il mondo circostante, scoprendo in ciascuno di noi una speciale e singolare sensibilità.