I giorni scorsi stati carichi di frenesia e curiosità per via dell’attesa sulla decisione della Corte Costituzionale circa la legittimità dei tre referendum abrogativi proposti dalla CGIL.

Il primo riguarda l’abolizione dei voucher (la retribuzione del lavoro accessorio attraverso dei buoni), il secondo propone il ripristino dell’articolo 18 e il terzo chiede il ripristino della responsabilità dell’azienda appaltatrice, oltre a quella che prende l’appalto, in caso di violazioni subite dai lavoratori.

La Consulta ha ritenuto inammissibile il referendum sul ripristino dell’articolo 18. Al contrario, ha concesso il via libera ai quesiti sui voucher e sulla responsabilità solidale degli appalti. Il prossimo 24 gennaio i giudici si riuniranno ancora per esprimersi sulla costituzionalità dell’Italicum, una decisione molto importante per il futuro di questo governo e per la composizione del prossimo Parlamento.

Per la CGIL il responso della Consulta rappresenta una vittoria a metà. È infatti vero che due referendum su tre sono stati considerati legittimi, ma è altrettanto vero che quello sul ripristino dell’articolo 18 era il più importante di tutti, soprattutto dal punto di vista politico. Tant’è vero che il Segretario Generale della CGIL, Susanna Camusso, ha dichiarato:

«Continueremo la nostra iniziativa contrattuale e valuteremo di ricorrere alla Corte Europea, perché siamo convinti di aver rispettato le regole».

I giudici non hanno avuto grandi divergenze sui due referendum ritenuti legittimi. Il terreno di scontro è stato il quesito sul ripristino dell’articolo 18 e sembra che si siano create due fazioni. Quella a favore è stata capeggiata da Silvana Sciarra, l’altra dall’ex presidente del consiglio, Giuliano Amato. Quest’ultima parte ha vinto con 8 voti a 5, dopo due ore abbondanti di discussione, sostenendo che, come sancito dalla Costituzione,  è un diritto del popolo abrogare in modo totale o parziale una legge attraverso un referendum, ma non riformarla con un ritaglio di parole. In sostanza il quesito proponeva di estendere la copertura dell’articolo 18 a tutti i lavoratori, perciò è stato considerato propositivo più che abrogativo e quindi incostituzionale.

Tuttavia la sentenza stride con la giurisprudenza affermatasi in altre occasioni, l’ultima nel 2003, quando la Corte Costituzionale si era espressa favorevolmente sull’ammissibilità di un quesito abrogativo che aveva per effetto anche l’estensione della copertura dell’articolo 18 a tutti i lavoratori.

Per capire a fondo le ragioni di questa sentenza bisognerà aspettare le motivazioni dei giudici che saranno rese note solo tra qualche settimana.

Il referendum abrogativo che riguarda il ripristino dell’articolo 18 è stato richiesto in seguito a ciò che ha stabilito la riforma del lavoro targata Poletti, il famoso Jobs act. In origine l’articolo 18 prevedeva l’obbligo di reintegro sul posto di lavoro, con le stesse mansioni di prima, del dipendente licenziato senza una giusta causa. Si trattava di una norma entrata in vigore nel nostro Paese nel 1970, faceva parte dello Statuto dei Lavoratori e tutelava i dipendenti di un’azienda con un contratto a tempo indeterminato. Tuttavia se l’azienda che effettuava il licenziamento ingiusto risultava avere meno di 15 dipendenti, o meno di 5 nel caso di un’impresa agricola, il datore di lavoro non era obbligato a reintegrare il licenziato, ma poteva corrispondergli un indennizzo, pari a 15 mensilità. Una sostanziale modifica fu effettuata già nel 2012 con la riforma Fornero, che complicava il reintegro nella maggior parte dei casi. Il Jobs act ha superato definitivamente l’articolo 18 e ha sostituito il diritto al reintegro con un indennizzo economico nei caso di licenziamento senza giusta causa.

Insomma, per ora, è stato scritto l’epitaffio dell’articolo 18, sottraendo un diritto acquisito ai lavoratori nel nome della flessibilità e con la chimera di nuovi investimenti e nuove assunzioni.

Tuttavia esse sono calate appena sono terminati finanziamenti e detrazioni fiscali, perciò il provvedimento appare essere una decisione politica, una mossa unicamente a favore dei “padroni” e della stabilità di questa legislatura, che vede nel Jobs act la riforma principe e nell’abrogazione dell’articolo 18 il suo passaggio più importante.

Alessandro Fragola