Il Parlamento irlandese ha istituito una commissione di cittadini per valutare l’ipotesi di modifica del divieto di aborto, previsto dalla Costituzione del paese.

L’assemblea è presieduta da Mary Loffay, giudice della Corte Suprema, e avrà il compito di valutare le questioni mediche, etiche e legali relative all’aborto.

L’articolo 40.3.3 della Costituzione irlandese recita: «Lo Stato riconosce il diritto alla vita del nascituro e, nel rispetto della parità del diritto alla vita della madre, ne garantisce il rispetto, e, per quanto possibile, attraverso le sue leggi difende e rivendica tale diritto». L’aborto in Irlanda era già illegale, ma il referendum del 1983 ha introdotto il cosiddetto “ottavo emendamento” che equipara il diritto alla vita del nascituro con il diritto alla vita della madre.

C’è stata poi nel corso degli anni un’evoluzione in materia d’aborto: nel 1992, infatti, la Corte Suprema stabilì che l’interruzione di gravidanza poteva essere praticata nei casi in cui ci fosse un rischio reale per la vita della partoriente. La possibilità di praticare un aborto, quindi, era a discrezione dei dottori che spesso la negavano, data l’incertezza legislativa o per motivi religiosi.

Solo nel 2013 è stata introdotta una legge che consente l’aborto in caso di gravidanza a rischio, dopo che nel 2010 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo aveva condannato l’Irlanda per la sua legislazione in materia di aborto ed esortava il paese a modificare la Costituzione per garantire maggiore protezione alla salute delle donne. La legge fu introdotta anche in seguito al caso di Savita Halappanavar, una dentista di 31 anni morta all’ospedale universitario di Galway. La donna morì per un’infezione al sangue dopo aver richiesto un’interruzione di gravidanza e dopo che i medici si erano rifiutati di rimuovere il feto perché il cuore batteva ancora.

Ad ogni modo, non è permesso interrompere la gravidanza nei casi di stupro, incesto o anomalie del feto. Johanna Westeston, direttrice regionale per l’Europa del Centre for Reproductive Rights, ha affermato che la legislazione irlandese rappresenta «una violazione assoluta delle norme internazionali sui diritti umani e sul diritto delle donne alla salute».

Le restrizioni legislative irlandesi, inoltre, spingono molte donne a spostarsi verso il Regno Unito o i Paesi Bassi per praticare delle interruzioni di gravidanza, con i danni che questo può comportare in caso di gravidanze a rischio. Si stima infatti che circa 3400 donne irlandesi nel 2015 si siano recate negli ospedali britannici.

Anche l’ONU l’anno scorso ha condannato il Paese perché aveva costretto una donna a recarsi all’estero per abortire, nonostante fossero stati diagnosticati dei danni congeniti al feto, ed è soprattutto il Cattolicesimo a esercitare una forte influenza sulla questione dell’aborto, data la chiara opposizione da parte della Chiesa. La Conferenza episcopale ha infatti affermato: «Crediamo che ogni bambino non ancora nato, a prescindere dalla sua condizione medica o dalle circostanze della sua nascita, abbia il diritto di essere trattato allo stesso modo di fronte alla legge».

L’Irlanda, nonostante la forte influenza esercitata dalla Chiesa, riconosce i matrimoni gay, e dopo la dimostrazione da parte delle autorità politiche di mettere in discussione i principi costituzionali, si potrebbe assistere a un’evoluzione anche in materia di diritto alla salute delle donne date anche le pressioni da parte di molti organi internazionali a riguardo.

Sabrina Carnemolla

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