Cari lettori, siamo ancora in tempo per rendere il 2017 un anno migliore di quello appena trascorso. Fra i nostri auspici, ben sintetizzati in questo articolo, primeggia senza dubbio l’urgenza di ridefinire i contorni del mondo del lavoro, di ridisegnare un sistema fallace e discriminatorio, di riempire di contenuti e significati l’Articolo 1 della Costituzione: la stessa che il 4 dicembre siamo accorsi in massa a difendere alle urne.

A dispetto delle mirabolanti promesse che hanno fatto da contorno alle ultime riforme, dalla Fornero al Jobs Act, a parlar chiaro sono come sempre le statistiche: così, mentre si interveniva per comprimere diritti e salari come nella più bieca tradizione liberista, la condizione di disagio e precarietà non faceva che crescere e sedimentarsi, in particolar modo tra i giovani – come confermato dall’ISTAT con gli ultimi dati, disponibili qui.

Il #brainch della domenicaAd ogni modo, nonostante la Consulta abbia bocciato il quesito referendario per il ripristino dell’articolo 18, restano comunque due voti all’orizzonte, su voucher ed appalti, che potrebbero in qualche modo correggere in parte le storture introdotte dal Jobs Act e costringere il Governo a rivedere le proprie politiche sul tema, pena l’ennesima mazzata elettorale.

La condotta dei sindacati a tal fine sarà determinante: non è infatti un segreto che a qualcuno l’articolo 18 non ispirasse proprio simpatia, ma adesso? Che dire di una pratica, quella dei voucher, che ha inasprito la precarizzazione e che è stata definita fallimentare praticamente da tutti, ideatori compresi? Il timore, purtroppo, è che qualcuno possa renderla una battaglia strumentale con fini politici – come già accaduto col referendum costituzionale.

Del resto, l’opera dei sindacati negli ultimi decenni è andata progressivamente scemando verso forme di servilismo partitico o connivenza col potere, fino a sbiadire in una mera salvaguardia di interessi personali e una totale incapacità di svolgere il ruolo ad essi spettante. Sono lontani i tempi in cui uno sciopero paralizzava la nazione, e i recenti casi di Almaviva e del rinnovo del contratto dei metalmeccanici lo ribadiscono.

Duole ammetterlo, ma i sindacati (tutti, indistintamente) non sono più in grado di mobilitare, di rappresentare, di intermediare. E in un contesto liquido come il nostro, in cui Governi e riforme si susseguono senza soluzione di continuità, alternando forme di macelleria sociale a dimostrazioni di sdegno e disprezzo verso la classe lavoratrice, la colpa è mortale.

Chi ci salverà? Non certo il ministro Poletti, un accumulatore seriale di sbagli, un errore vivente; ma neppure la CGIL ed i tre milioni di firme raccolte per il referendum. Il lavoratore di oggi, sia esso il giovane precario senza prospettive, l’anziano operaio finito in mezzo a una strada, oppure il piccolo imprenditore che soffoca fra tasse e burocrazia, è un bersaglio umano per facili imposture. Il lavoratore di oggi si becca insulti ed epiteti ignobili, prende pallottole se si rifiuta di pagare il pizzo, ed in ultima analisi divene anche il cuore del problema, con le sue assurde pretese di un contratto stabile, di un salario dignitoso, di tutela dei suoi diritti umani.

Non è così che si costruisce il futuro di un Paese, non è così che si restituisce valore ad un lavoro che oramai mobilita l’uomo, più che nobilitarlo: al punto che fuggire dall’Italia non è più un capriccio o uno sfizio per chi si annoia, ma l’unica alternativa di condurre un’esistenza dignitosa. E quando saremo scappati via tutti, qualcuno sarà costretto a trovarsi un lavoro per la prima volta nella vita. Sempre ammesso che ci riesca.

Buona domenica, lettori cari.

Emanuele Tanzilli
@EmaTanzilli

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