Non troppo lontano dalla guerra in Siria e dalla Turchia di Erdoğan, un’altra terra sta cercando un altro tipo di pace: Cipro. Proprio in questi giorni, infatti, i due presidenti Nicos Anastasiades e Mustafa Akıncı stanno conducendo a Ginevra i negoziati in cerca di pace.

Divisa fin dal 1974, quando la Turchia diede inizio ad un’occupazione militare su parte dell’isola, creando di fatti un nuovo stato riconosciuto soltanto dalla Turchia stessa, l’isola di Cipro è divisa dalla cosiddetta linea verde, che attraversa anche la capitale Nicosia. Da una parte, a ovest, la popolazione greco-cipriota, dall’altra, più vicina al versante medio-orientale, la popolazione turco-cipriota – senza possibilità di incontro.

La notizia della ripresa dei negoziati non stupisce. L’idea era già nell’aria da quando come presidente della Repubblica Turca di Cipro del Nord era stato eletto, nel 2015, Mustafa Akıncı, da sempre dimostratosi più aperto nel trovare una soluzione diplomatica al problema cipriota. E, in effetti, è da più di un anno che vanno avanti i colloqui, gli incontri e le trattative tra Akıncı e Anastasiades, anch’egli di area democratica, con cui Akıncı condivide età anagrafica e luogo di nascita, Limassol.

Le trattative fra i due si stanno svolgendo in questi giorni a Ginevra a partire dallo scorso lunedì 9 gennaio, in cui i due presidenti hanno dato l’avvio alla prima fase e con grande successo. «Per la prima volta nella storia, le due parti di Cipro, il leader turco e il leader greco, si sono scambiati a vicenda le mappe (che avrebbero voluto) dei confini amministrativi interni», commenta Espern Barth Eide, nominato Inviato Speciale per Cipro dal Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-Moon nel 2014. «Questo non era mai successo prima ed è un momento molto importante, sia per il fatto stesso, ma anche perché è stato visto da entrambi i lati come il segno che questa cosa si sta muovendo e sta andando verso la fine».

Dal 12 gennaio, invece, è iniziata la seconda fase. Ai colloqui, adesso, presenzieranno anche le tre nazioni garanti – Grecia, Turchia e Gran Bretagna – e l’Unione Europea come osservatore. La prima conferenza è stata inaugurata con successo: «La conferenza di oggi ha messo in rilievo l’intenzione dei partecipanti di trovare soluzioni reciprocamente accettabili sulla sicurezza e garantisce che si rivolge alle necessità di entrambe le comunità» riporta il primo resoconto dei colloqui del 12 gennaio su Cyprus Talks.

Le note del resoconto sembrano essere positive. Da parte di entrambi i partecipanti c’è la voglia di costruire qualcosa insieme e dare maggiore sicurezza ai cittadini di entrambi i lati. Alla base di tutto, c’è una stretta concordia sulla necessità di uno stato federale, che sembra essere la via maestra per porre fine ad una decennale divisione infra-comunitaria: «Hanno riconosciuto che la sicurezza di una comunità non può esistere alle spese della sicurezza dell’altra. Hanno anche riconosciuto la necessità di affrontare le tradizionali preoccupazioni sulla sicurezza delle due comunità e allo stesso tempo sviluppare una visione al riguardo per una futura Cipro federale e unita».

Qualunque sia l’accordo che verrà raggiunto, esso sarà sottoposto a referendum popolare nel marzo 2017. Al popolo, dunque, greco e turco, l’ultima parola.

Tuttavia, non tutti vedono i recenti colloqui all’insegna della speranza. Prima di tutto, c’è il fatto che già nel 2004 era stato proposto il Piano Annan, di cui Anastasiades e Akıncı erano sostenitori, e che è stato respinto nel referendum popolare dalla parte greco-cipriota.

In più, ci sono diversi punti su cui sembra difficile trovare un punto di convergenza. Prima di tutto, il territorio: la popolazione greca difficilmente accetterebbe quello che tutt’oggi è considerata un’occupazione indebita di parte del proprio naturale territorio e, d’altro canto, bisogna vedere quanto la parte turco-cipriota sia disponibile alla negoziazione in questo scambio. C’è poi il fattore della sicurezza: la parte greca è nettamente contraria al sistema delle garanzie, che prevede lo stanziamento di 40.000 soldati turchi nell’isola, e infatti il presidente Anastasiades si sta battendo affinché questo sistema venga abolito. Infine, da non trascurare il versante economico: non sono ancora ben chiari quali sarebbero i costi di una repubblica federale e quanto, effettivamente, sarebbe efficiente quest’ultima dal punto di vista economico, considerando che la Grecia è in crisi e la Turchia è l’unica a riconoscere la Repubblica Turca di Cipro del Nord.

La possibilità che tutte le parti in gioco, e soprattutto gli abitanti di Cipro, vengano soddisfatte, sono poche. Ma finché c’è la voglia di trovare la pace, allora si può continuare a guardare avanti.

Elisabetta Elia

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