L’anno appena trascorso ha messo a dura prova l’integrità delle democrazie europee che hanno avuto un negativo impatto sulla fiducia del processo di integrazione della Unione Europea.

La Brexit, la mancata difficoltà a trovare un accordo sulla questione migratoria, la crescente fiducia dei cittadini nei partiti populisti, le dimissioni di Schultz e per finire la vittoria oltreoceano di Trump alla presidenza degli Stati Uniti, sono segnali di una tempesta euroscettica che sta portando ad una chiusa diffidenza.

Con il progetto europeo si poneva l’obiettivo di superare i conflitti e di creare una governance partecipativa – Libro Bianco della Commissione europea – che superasse il monopolio dello Stato sulle scelte politiche attraverso un empowerment dei governi locali e delle istituzioni sovranazionali ed un empowerment dei cittadini europei con le forti espressioni politiche non pubbliche. Eppure pare che questa governance stia trovando la sua espressione in una circolo di diffidenza e chiusura. In altre parole, l’intenzione politica che nasce da idee trasparenti miranti al superamento delle frontiere e delle forme tradizionali di governo, tramite l’apertura a nuovi e trasparenti canali di partecipazione in un continuo ampliamento di valori legati anche alla sfera dei diritti fondamentali, si scontra con l’attuale trasformazione in una forma di governance chiusa e opaca.

Nello stesso tempo il processo di integrazione, nella sua riorganizzazione pacifica regionale, ha ripetutamente cambiato i suoi obiettivi che vanno dalla sicurezza regionale al libero commercio dei prodotti, all’incentivare gli investimenti internazionali, fino alle più recenti politiche in materia di cooperazione penale giudiziaria che vede il suo fulcro nella lotta al terrorismo, al controllo delle frontiere, mettendo però in reale confusione gli interessi europei – in particolare nei suoi valori – e quelli nazionali. La questione attuale sta proprio nello spiccata gelosia delle prerogative sovrane e nella regressione alla cooperazione intergovernativa dei rispettivi Stati membri che crea grandi ostacoli democratici in un processo di integrazione non economico ma culturale, soprattutto attraverso il dietrofront della partecipazione civile alle decisioni intergovernative.

Partendo da questa premessa, si profila un anno molto difficile che potrebbe portare a cambiamenti nella struttura politica e sociale delle democrazie nazionali e che brutalmente si rifletterà nell’Unione Europea. La Brexit inizierà il suo cammino con i negoziati guidati da Theresa May. Non si esclude la reazione a catena alla luce della carrellata elettorale di quest’anno in Germania, in Olanda – con la spiccata presenza del partito anti-immigrazione di Geert Wilders –, in Francia – con il crescente consenso alle filles Le Pen – e le attuali elezioni alla presidenza del Parlamento Europeo post-Schultz. A questo scenario potrebbe anche aggiungersi la politica italiana, con l’avanzare di orientamenti euroscettici tra alcuni partiti al governo del Paese e i limiti che soffre la rappresentanza politica nell’identità europea condivisa.

La crisi nella dimensione europea aumenta al crescere di un certo populismo nei partiti europei che si contraddistinguono per avere una narrativa completamente diversa. Ciò che si pone come una crisi nella fiducia del progetto europeo trova il suo minimo comune denominatore nel tentativo di dare delle risposte semplici e polarizzanti a quelle che sono invece dilemmi complessi.

Tali partiti hanno diritto di espressione democratica nella contestazione del potere, ma nello stesso tempo erodono nel profondo dei principi e valori che invece evidenziano il concetto democratico in un significato decisamente più ampio e complesso di quello che viene descritto. Sono i fautori di una politica di identità che si rifà a categorie chiuse di razza, nazione, genere o cultura. Un politica che divide, polarizza, discrimina e distrugge.

La crisi sta appunto nella sua dimensione culturale, laddove non si è riusciti a innescare una politica di solidarietà che ha obbiettivi che traducono l’identità in una unione di difesa della collettività. Il dilemma sul quale si base la sfida dell’Unione Europea è dunque etico-esistenziale, ossia quello di rilanciare il progetto nel suo contenuto politico e sociale, nei suoi valori elencati nella Carta dei diritti fondamentali e riportare gli obiettivi del processo di integrazione all’altezza delle sue potenzialità.

Annalisa Salvati