Facebook è diventato il nostro pane quotidiano: conserva i nostri ricordi, stimola la nostra vita sociale, funziona da promemoria e ci permette di comunicare con i nostri amici in qualsiasi continente essi si trovino. Facebook, insomma, è quasi una nostra estensione. Del resto, se non gli schermi dei nostri telefonini, i dati parlano chiaro: sono 1.71 miliardi gli utenti attivi al mese e 1 miliardo il numero di iscritti che si collega quotidianamente da un dispositivo mobile.

A questo punto, il salto di Facebook era inevitabile. Era un passaggio di cui si discuteva già da mesi – e si discute ancora – quello di Facebook al mondo dell’informazione. Un binomio, quello di Facebook e giornalismo, che è esploso soprattutto dopo le accuse, rivolte al social network e quindi al suo fondatore, di aver contribuito alla vittoria del presidente Trump attraverso la diffusione di bufale sul social.

Il social network di Zuckerberg, infatti, lungi dall’essere soltanto il luogo di condivisione di post e foto dei suoi iscritti, è diventato col tempo un veicolatore di notizie. Qualunque giornale, dalle più importanti testate nazionali ai blog di piccole comunità, si è trovato costretto a compiere questo rito di iniziazione: iscriversi su Facebook, dove la news è a portata di click.

Sebbene per un primo periodo la funzione di Facebook sia stata unicamente quella di permettere la libertà di espressione degli individui (entro determinati limiti), adesso lo stesso fondatore riconosce che Facebook è diventato qualcosa di più: «Io penso a Facebook come ad una grande compagnia tecnologica, ma riconosco che abbiamo una responsabilità più grande del semplicemente costruire una tecnologia attraverso cui l’informazione possa fluire», scrive Zuckerberg in un post su Facebook datato 15 dicembre 2016. «Anche se non scriviamo le news che voi leggete e condividete, comunque riconosciamo che siamo qualcosa di più di distributori di notizie. Siamo una sorta di piattaforma per il discorso pubblico – e questo significa che abbiamo una certa responsabilità nel garantire alle persone la possibilità di avere conversazioni significative e costruire uno spazio dove le persone possono informarsi».

Dunque, non soltanto contenitore, ma anche controllore di notizie. Nello stesso post, infatti, Zuckerberg annuncia di aver dato vita ad un’iniziativa che consente di accertare la veridicità delle notizie e, in definitiva, di combattere le bufale che girano sul web e che su Facebook tendono a diventare virali. Ecco come funziona: in primo luogo, deve esserci il contributo degli utenti, i quali possono segnalare una notizia qualora sembri una bufala. In secondo luogo, queste segnalazioni – assieme ad altre fatte da un apposito team – verranno mandate ad organizzazioni apposite che si occuperanno proprio del fact checking (“Third party fact-checkers”). Se una storia verrà considerata non veritiera, sarà contrassegnata al momento dell’apparizione su Facebook e avviserà l’utente che sta per condividerla, dandogli la possibilità di approfondire sulle motivazioni del giudizio. In più, queste stesse fake news avrebbero meno visibilità nel News Feed.

Un’intenzione, questa, che è già diventata realtà in Europa, nel caso della stampa tedesca: a occuparsi del fact checking in questo caso sarà il collettivo Correct!v, collettivo indipendente di giornalismo investigativo, no-profit, che si regge grazie alle donazioni dei suoi lettori e sostenitori.

Da tempo si chiedeva un maggior controllo delle notizie e Facebook ha finalmente accettato di diventare il garante della veridicità. Ma, indipendentemente dai nobili scopi del social network, sorgono dei dubbi, espressi efficacemente da una commentatrice di Zuckerberg, Sofia Geneto: «La mia domanda è – Come fai a sapere che questi controllori di notizia non sono mossi politicamente o essi stessi affiliati di qualche partito?»

Una domanda che, del resto, è stata espressa più volte e da voci diverse. I conservatori hanno accusato Facebook di servirsi di persone politicamente orientate a sinistra e non affidabili come parte del team di fact-checkers, Whitney Webb palesa i pericoli che nascono quando un’organizzazione privata come Facebook può decidere di “allearsi” con un determinato governo, decidendo cosa è passibile di censura e cosa no.

Un’alleanza, quella tra Facebook e il mondo dell’informazione, che un altro giornalista, critico del sistema mediatico occidentale, avrebbe certamente rigettato. Si tratta di Udo Ulfkotte, giornalista tedesco morto la scorsa domenica, che nel 2014 aveva pubblicato un libro dal titolo “Giornalisti comprati”, in cui rivelava l’asservimento dell’apparato mediatico tedesco, di cui egli stesso aveva fatto parte, agli Stati Uniti e alla CIA.

Elisabetta Elia

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