Joe Biden ha le idee chiare sull’Ucraina: «Insieme con i nostri partner dell’Unione europea e del G7, abbiamo chiarito che le sanzioni resteranno finché la Russia non avrà completamente adempiuto agli impegni presi con l’accordo di Minsk».

Il vice di Obama, rappresentante del governo uscente degli Stati Uniti, si è presentato nella giornata del 16 gennaio a Kiev, davanti al presidente Porošenko, per ribadire e sottolineare l’importanza che assume l’accordo firmato in Bielorussia il 5 settembre del 2014, come unica assicurazione contro il conflitto del Donbass.

Ci troviamo infatti nel Bacino del Donec’, chiamato comunemente Donbass, nell’Ucraina orientale, e per capire ciò che ha scatenato questo conflitto, dobbiamo guardare indietro, ripercorrere le linee ben chiare e definite che la guerra civile ha tracciato.

Era la fine del febbraio del 2014 e da Rostov-na-Donu, in Russia, il fuggitivo Viktor Janukovyč, scampato al da lui definito “colpo di stato”, ovvero le dimissioni rassegnate dall’allora Primo Ministro Mykola Azarov; annunciava al mondo che sarebbe continuato a rimanere il Presidente in carica dell’Ucraina, denunciando di fatto alla comunità internazionale l’instabilità, l’ipocrisia e la tragedia sociale in cui era caduto il suo Paese.
Nel mentre, il parlamento ucraino indiceva nuove elezioni programmate per maggio, oltre a designare Oleksandr Turchynov come Presidente ad interim, mentre il leader dell’opposizione, Arsenij Jacenjuk, divenne Primo Ministro.

Poco importa quindi del conseguente mandato di cattura emesso da Kiev nei confronti di Janukovyč, poiché la Crimea sconvolse nuovamente le carte in tavola poste sul territorio ucraino.
Marzo 2014 fu il mese dell’occupazione degli edifici governativi in Crimea da parte di milizie armate, spalleggiate prima nelle indiscrezioni, poi nei fatti, dalla Russia di Putin. Da ciò conseguì la perdita, da parte del neo-eletto governo di Kiev, di un territorio di elevata importanza a livello logistico, politico ed economico come la Crimea.
Il territorio infatti è da secoli un importante sbocco di accesso al Mar Nero, e quindi sulla possibilità di controllare le ingenti reti mercantili che gravano sull’Europa orientale; ma soprattutto perché si trova dove ricade quel condotto che unisce il Turkish Stream proprio al suolo europeo, diventando quindi una vera e propria arteria pulsante per il trasporto del gas russo, del quale l’Italia è tra i primi acquirenti.

Dopo aver annesso la Crimea, i ribelli filo-russi volgono lo sguardo ad un’altra regione dell’Ucraina, proprio quella orientale del Donbass. Ci troviamo davanti allo stesso modus operandi: ad inizio aprile prendono infatti possesso di edifici governativi, nelle città di Luhans’k, Donec’k e Charkiv, nel sud-est del paese, che diviene oltretutto il palcoscenico sul quale viene attuata la crescita e proliferazione delle forze armate mercenarie, che giungono in Ucraina per combattere al soldo del miglior offerente.

Bombardamenti in Ucraina
Devastazione nel Donbass, sud-est dell’Ucraina

Pian piano le tessere del domino cominciano a spingersi a terra l’una dietro l’altra, in un moto così armonico, che a stento serviranno le elezioni presidenziali in Ucraina del maggio 2014, che vedranno uscir vincitore Petro Porošenko. Nello stesso maggio, è proclamata l’indipendenza unilaterale delle Repubbliche Popolari di Donec’k e di Luhans’k.
Nel luglio dello stesso anno, gli scontri si faranno più cruenti, e i ribelli filo-russi abbatteranno con frequenza aerei ed elicotteri militari ucraini.

Il 17 luglio l’aereo di linea MH17, con 298 persone a bordo, di cui 80 bambini, della Malaysia Airlines precipita nel territorio controllato dai separatisti.
Le ricerche investigative da parte degli Stati Uniti e delle forze NATO sulla vicenda hanno fatto luce su un particolare: il giornalista freelancer olandese Stefan Beck, rivelò infatti nuovi dettagli sullo schianto del volo MH17 in Ucraina, con tanto di foto pubblicate direttamente sul suo blog. Il suo contributo fu determinante per il Joint Investigation Team (JIT) — che comprendeva l’Australia, l’Olanda, l’Ucraina, il Belgio e la Malaysia — per confermare l’ipotesi che a far deflagrare in volo l’aereo di linea fosse stato un missile proveniente dai territori del Donbass, occupato dalle milizie filo-russe, ma non è ancora chiaro chi l’abbia sparato.

Intanto passano i mesi, ed ai primi di agosto l’Ucraina manifesta alla comunità internazionale la sua concreta paura per la mobilitazione delle forze armate russe intorno al confine con il proprio Paese. Si teme un’escalation di forze militari in campo che potrebbe portare a decine di migliaia di altre vittime tra la popolazione civile.

Verso settembre, Putin finalmente porterà davanti agli occhi del mondo una vera e propria lista di richieste per far concretizzare un cessate il fuoco nella regione contesa dell’Ucraina: 7 punti, tra i quali spiccavano inoltre un salvacondotto per la popolazione civile, l’attivazione di un controllo di monitoraggio internazionale, di far retrocedere gli eserciti del governo ucraino fino a confini “legittimi” con le autoproclamate repubbliche ribelli e la smobilitazione immediata delle milizie in zone come Luhans’k e Donec’k, mentre tra la popolazione civile il numero dei morti sale a quasi 3.000, in attesa di una tregua.

Ed ora? Ora ci troviamo davanti ad uno scenario completamente diverso. Joe Biden, con uno dei suoi ultimi atti da Vicepresidente, giunge il 16 gennaio a Kiev per un incontro bilaterale con il Presidente Porošenko ed il Primo Ministro Groysman, per sottolineare la volontà del governo di Washington di corroborare la causa per l’indipendenza, lo sviluppo democratico, la prosperità e la sicurezza dei territori dell’Ucraina.

Ma sarà così?

Con l’insediamento di Donald Trump il 20 gennaio di quest’anno, molte saranno le scelte a quale il neo Presidente sarà chiamato a dare una risposta. Riguardo alla questione Ucraina, sono in molti a pensare, tra cui il Royal United Service Institute, che un eventuale “passo indietro” di Trump nel Donbass possa esser visto come un invito per Putin a legittimare di fatto l’ingresso delle sue forze militari nel sud-est della regione.

Il Ppresidente dell’Ucraina Porošenko non si è fatto attendere, ed ha reso noto che presenterà all’Aia, presso la Corte Internazionale di Giustizia, un esposto di querela contro la vicina Russia. Il Presidente è intenzionato ad aprire un vero e proprio processo nei confronti degli atteggiamenti scorretti di Putin e della sua manifesta intromissioni in affari politici e sociali di un altro Paese senza previo accordo o autorizzazione.

Che futuro può avere quindi l’Ucraina? Ma soprattutto, che futuro può avere il suo popolo?
In questi giorni si stanno susseguendo bombardamenti continui sulle postazioni militari del governo di Kiev, mentre tutti attendiamo trepidanti ciò che il 45° Presidente degli Stati Uniti d’America vorrà decidere in materia di politica estera, nello sviluppo dei suoi rapporti con Putin e, viene da chiederselo, anche con quelli dell’Europa.

Niccolò Inturrisi

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Nasce il 26 febbraio 1995 a Firenze, dopo aver terminato gli studi liceali nel 2015 lascia l’Italia e si trasferisce con la famiglia in Olanda, ad Amsterdam. Ora continua a lavorare come magazziniere in attesa di intraprendere gli studi. Il libro che lo ha colpito più di tutti è stato “La bestia umana” di Zola. Se proprio gli chiedessero di scegliere un autore preferito, opterebbe però per Dostoevskij. Coltiva molte altre passioni, tra cui la musica, nella quale si è cimentato per qualche anno suonando chitarra elettrica e basso. Ascolta tutti i generi possibili e il suo gruppo preferito in Italia restano gli Zen Circus, anche se adora De Andrè e Lucio Dalla (ma ne potrebbe citare molti altri), ma il suo primo amore rimangono i Pink Floyd. Grazie alla famiglia si porta dietro praticamente da tutta la vita la passione per il cinema. Adora Fellini e Monicelli, ma non disdegna anche registi esteri come Lynch, Scorsese e Tarantino.

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