“Avevo sempre sognato, da grande, di fare l’aggettivo. Ne sono lusingato. Cosa intendano gli americani con “felliniano” posso immaginarlo: opulento, stravagante, onirico, bizzarro, nevrotico, fregnacciaro. Ecco, fregnacciaro è il termine giusto.”

Copioso onirismo e stravagante genialità, bizzarrie strampalate e malinconia impacciata squarciano le pellicole di uno dei registi che, con la sua vivace e dirompente fantasia, ha rivoluzionato il canone estetico del cinema italiano: Federico Fellini.

La creatività del regista riminese, fuggiasca dal tempo in cui si snodava, mal si conciliava agli affreschi storici, gravosi e scomodi, del cinema neorealista, seppur fedeli a quanto accaduto durante la seconda guerra mondiale. Al contrario, il giullare del grande schermo furtivamente si intrufola nelle trame della settima arte e le forgia in nome del sogno, di una chimerica fantasia, di un’opulenza che non stordisce mai lo spettatore, ma lo incanta. Il profilo felliniano ricalca l’ombra del visionario, dell’irreale, del sontuoso, di una dimensione utopica che si inabissa nell’inconscio dell’uomo, sondando e portando a galla le memorie, i desideri, le aspettative, l’occulto che costellano l’animo di ognuno di noi, e fondendoli tutti in sublimi sequenze cinematografiche, ornate da mordace ironia e tenue malinconia. Guardare un film di Fellini è come fare un viaggio nel paese dei balocchi.

Non faccio un film per dibattere tesi o sostenere teorie. Faccio un film alla stessa maniera in cui vivo un sogno. Che è affascinante finché rimane misterioso e allusivo, ma che rischia di diventare insipido quando viene spiegato.”

L’esordio del genio riminese avviene con “Lo sceicco bianco”, ma il suo ingegnoso talento esplode solo con “La strada”, vincitore del premio Oscar e di cui è protagonista la compagna di vita e d’arte Giulietta Masina. La pellicola, embrione in cui già si intravedono i tòpoi che affioreranno in ogni film, insegue le orme di un’avvincente poesia e si districa sull’ordito di una storia d’amore tra Gelsomina e Zampanò, due artisti circensi dai difficili temperamenti.

In un’Italia ricca, spalleggiata dal boom economico, sollevandosi da un oceano di squallida ipocrisia, Federico Fellini tesse l’intreccio di un ordigno che scaglierà solo nel 1960. Quell’ordigno ha il nome de “La dolce vita”. In una Roma lussuosa e intrigante, ma allo stesso tempo decadente, viene mestamente dipinta l’effigie di una società che Ennio Flaiano definisce come “sguaiata, che esprime la sua fredda voglia di vivere più esibendosi che godendo realmente la vita”, dedita a piaceri licenziosi e dissoluti, apparentemente gaudente, ma che, in realtà, cela un’elegiaca nostalgia dei tempi ormai andati. Il babilonico tripudio della Bellezza tenta invano di offuscare il malessere soffocante che avviluppa tutti gli uomini di quell’epoca. La dolce vita “mette il termometro a un mondo malato”, vuole misurare la sua febbre, ma, come all’inizio, anche alla fine il termometro segna quaranta gradi.  Non avviene il miracolo liberatorio e vagheggiato, ma si sprofonda in una seducente decadenza.

Fellini
Marcello Mastroianni e Anita Ekberg in una scena de “La dolce vita”

Tuttavia, la consacrazione del “vitellone” avviene solo con il grande capolavoro “Otto e mezzo”. Guido Anselmi, magistralmente interpretato da Marcello Mastroianni, regista di successo, si aggroviglia nei nodi di una profonda crisi d’ispirazione, a causa della quale non riesce più a produrre film. Lo smarrimento del protagonista collima in un caos orgasmico di sogni, sensazioni manipolate dalla fantasia, ricordi che emergono dal passato, personaggi che hanno costellato la sua esistenza. Egli si trova in quello che è il “circo del vivere” onirico e fastoso, seppur incomprensibile, in un limbo dai confini arcani e impenetrabili. La pellicola non è altro che “un film nel film” che scorre lento e malinconico, grottesco e tragicomico.

“È la storia di un uomo come ce ne sono tanti: la storia di un uomo giunto a un punto di ristagno, a un ingorgo totale che lo strozza. Io spero che dopo i primi cento metri lo spettatore dimentichi che Guido è un regista, cioè un tipo che fa un mestiere insolito, e riconosca in Guido le proprie paure, i propri dubbi, le proprie canagliate, viltà, ambiguità, ipocrisie: tutte cose che sono uguali in un regista come in un avvocato padre di famiglia.”

Fellini
Sandra Milo e Marcello Mastroianni in una scena di “8½”

I ricordi si fanno strada prepotentemente in “Amarcord” che in dialetto romagnolo significa proprio “mi ricordo”. Volti dai tratti esuberanti e pantagruelici, nel bel mezzo dell’epoca fascista, sfilano sulla passerella della memoria che li rievoca con leggera malinconia.

Il 31 ottobre 1993 Federico Fellini si spegne a Roma.

“Il cinema è il modo più diretto di entrare in competizione con Dio.”

Clara Letizia Riccio

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