Se fosse un quadro, vedremmo due negoziatori impegnati in una trattativa importante, quasi vitale. Sullo sfondo, lo sguardo incuriosito di un terzo, apparentemente estraneo, ma in realtà più coinvolto di quanto sembri in una situazione molto più ampia ed estremamente delicata. Si potrebbe anche riassumere così il nuovo accordo Italia-Libia sulla questione dei migranti, se non fosse che il problema merita una trattazione più approfondita, che provi a evidenziarne le diverse sfaccettature.

Anzitutto i fatti: il 9 gennaio il neoministro degli Interni italiano, Marco Minniti, si è recato a Tripoli per conferire con Fāyez al-Sārraj, Primo ministro del Governo di Accordo Nazionale della Libia, con l’obiettivo principale di raggiungere un’intesa sulla gestione dell’immigrazione.

Non solo, perché sulla scia dei precedenti accordi – quelli del 2008 e del 2012 – la speranza era quella di elaborare un’efficace strategia comune anche sul controllo delle frontiere – comprese quelle meridionali al confine con il Niger, da dove transita la maggior parte dei migranti – e sul contrasto al traffico di esseri umani.

L’ambizioso traguardo sembra essere stato raggiunto, il ministro Minniti ha salutato con soddisfazione il raggiungimento di un accordo Italia-Libia mirato a coadiuvare al-Sarrāj nella stabilizzazione del paese, con lo scopo ulteriore di arginare la minaccia terroristica.
L’intesa, come detto, si inserisce in una serie di colloqui che in passato hanno già portato i due governi a collaborare, e sempre sulle medesime questioni.

Per molti versi, l’accordo attuale riprende e integra le precedenti convenzioni, anch’esse incentrate sul controllo del territorio, tanto le aree interne quanto i confini, sia quelli settentrionali, che costituiscono la porta d’accesso verso l’Europa, che quelli meridionali, il principale corridoio di transito per i migranti del continente.

I punti principali risiedono nell’addestramento italiano delle forze di polizia di frontiera libiche e la fornitura di un sistema di radar, utile per il monitoraggio del territorio, con la possibilità di intervento dei militari italiani ed europei nelle acque libiche.
Su quest’ultimo punto, l’accordo deve essere ancora raggiunto, e in quest’ottica non sarebbe improbabile un impegno italiano verso futuri investimenti, se non addirittura donazioni, a vantaggio dell’ex colonia.

A chiunque si stesse chiedendo quale ruolo possa ricoprire la Russia nell’ambito di un accordo Italia-Libia si potrebbe rispondere che Mosca rappresenta l’ago della bilancia per le sorti politiche dell’area.

Per comprendere meglio questo passaggio, è opportuno sottolineare che il governo di al-Sārraj, creato dalle Nazioni Unite a seguito degli accordi di Skhirat, e supportato anche dall’Unione Europea, ha bisogno del sostegno dell’ultimo Parlamento eletto, con sede a Tobruk e sotto la guida politica e militare del generale Khalīfa aftar, benvisto da Vladimir Putin, che potrebbe supportarlo nella linea opposta, quella dura e quindi lontana da ogni prospettiva di pace con le – purtroppo numerose – fazioni avverse.

Falchi contro colombe, uno schema che si ripete dunque anche in questa circostanza. Ma tanto i sostenitori della pace quanto i suoi oppositori hanno obiettivi e tornaconti precisi da soddisfare. Nel caso della Russia, e del rapporto fra Putin e aftar, quest’ultimo otterrebbe, oltre all’appoggio militare, il sostegno in sede di Consiglio di Sicurezza ONU verso la cancellazione dell’embargo sulle armi alla Libia.

D’altro canto, la Russia ha progetti piuttosto chiari per il futuro della regione, che passano per il sostengo dell’uomo più in vista del paese: affiancarlo nella sua lotta contro i terroristi, ottenendo così maggiore influenza politica in Libia e, più in generale, in tutta l’area mediterranea, strategica sotto diversi punti di vista.

Difficile sbilanciarsi su una previsione di ciò che accadrà, anche se saremmo portati a pensare – o meglio, sperare – a una soluzione pacifica della questione, che è tuttavia connotata da un alto numero di incognite, che passano per una comunione di intenti di tutte le parti in causa, che per adesso è ben lungi dall’essere raggiunta.

Facciamo nostro, per concludere, il commento di Tarek Megerisi e Mattia Toaldo, due analisti dell’istituto Carnegie Endowment for International Peace, i quali osservano che «nessuna strategia contro il terrorismo può avere successo senza una strategia di stabilizzazione».

Carlo Rombolà

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