L’esperienza di un italiano all’estero è decisamente diversa di caso in caso. Prendiamo gli erasmus: quale erasmus direbbe di non aver vissuto un’esperienza incredibile? E difatti la cosiddetta ‘vacanza studio’ continua ad essere il sogno di molti universitari.

Quattro, sei o dodici mesi all’estero pagati dall’università per poter conoscere una cultura nuova, ragazzi di nazionalità diverse, e poi festini fino alle cinque del mattino con l’imminente esame il giorno seguente che puntualmente, e inspiegabilmente, viene superato e con voti altissimi. Insomma, è un mondo ideale quello degli erasmus: senza genitori e con pochi euro in tasca ma felici, liberi e spensierati.

Diverso è quando l’esperienza all’estero la si fa a 30 anni, per lavoro magari o per seguire una persona cara, dovendo spesso reinventarsi e ricominciare tutto daccapo.

E dunque c’è meno spensieratezza (decisamente meno), più responsabilità e tante incertezze. Ma al di là delle opportunità che oggettivamente ti offre un’esperienza all’estero, le prime impressioni sono sempre di pancia ed inevitabili sono i paragoni. A primo impatto verrebbe da dire che l’estero, in fondo, è un punto di vista. Perché si proietta sull’esperienza estera ciò che si sente, ciò che si è e ciò che manca.

Se non hai avuto chissà quale possibilità nel Paese d’origine, se ti ha trattato male o se semplicemente non hai avuto nulla che ti trattenesse allora l’estero diventa la nuova, vera casa. Infatti andato ormai via, con tutti i sacrifici fatti, un lavoro che ti garantisce indipendenza e la tua piccola realtà tranquilla, rassicurante, mai penseresti di tornare indietro. Nemmeno un momento. E poi c’è chi si chiede come pensare questo sia invece possibile. Sì perché, niente da discutere, tanto di cappello a quest’estero così pulito, così efficiente, così ‘perbene’, ma c’è qualcosa che non va.

L’impressione di un’italiana in Francia, e precisamente a Tolosa, è questa: tutto perfetto, eppure manca qualcosa.

E mi sono chiesta, per chi viene dall’Italia con tante bellezze e tante imperfezioni insieme, e ancor più per chi viene dal Sud: ma tutta ‘sta perfezione non annoia? In effetti, compiendo gesti e attività quotidiane ho scoperto che tante sono le imperfezioni che riempivano la mia vita a Napoli e che mancano all’estero, rendendolo decisamente più grigio. E non si tratta di gesti personali, ma comuni.  Arrivati a Tolosa (capiterà lo stesso a Parigi, Londra, Berlino) la prima cosa che si nota è l’efficienza dei mezzi pubblici e in particolare della metro: una corsa al minuto. Insomma, non avrai mai il problema di arrivare tardi in un posto. Sensazione stranissima! Ebbene questa ‘perfezione’, alla quale ogni città moderna e avanzata dovrebbe aspirare, manca di spessore.

Mi si dirà, ma che spessore può mai avere un tratto di 15 minuti fatto con la metropolitana? Vi si potrebbe rispondere con un esempio. Se a Napoli devi prendere la Circumvesuviana, puoi scegliere tra poche corse (solitamente 4 per ora). A seconda della corsa, scegli i tuoi compagni di viaggio.

Così, se una mattina ti trovi a prendere la corsa delle ore 07.49 alla fermata di Cavalli di Bronzo a San Giorgio a Cremano direzione Napoli-Porta Nolana rivedrai, in quella precisa corsa e nel vagone di sempre, le persone che ti hanno fatto compagnia per anni. All’ultimo vagone ci saranno i soliti quattro colleghi di lavoro che giocano a Scopa, con i pendolari attorno che partecipano vivamente alla partita. Oppure c’è il vecchio conoscente che non ricordi mai come l’hai conosciuto, e che saluti sempre con un sorriso e il veloce cenno del capo. E ancora, il vociare delle persone che parlano.

Perché a Napoli si parla ancora e a voce alta. L’orario della Circumvesuviana è un appuntamento con gli sconosciuti di sempre, che ti fanno compagnia, che ti stimolano la fantasia, che ti strappano un sorriso e a volte t’ fann’ pure ‘ncazzà. Per questo prendere la metro a Napoli ha spessore. All’estero invece è un passaggio veloce, non hai il tempo di scambiare sguardi, sorrisi e fare cenni a quegli sconosciuti che dovrebbero essere il tuo quotidiano. Troppe corse, troppe persone e poco spessore. Decisamente triste se si pensa al treno delle 07.49, ma c’è di buono che non benedici nessuno se poi non prendi il bus (che a Napoli chissà quando passa) e stai certo che se perdi una corsa non devi pregare che la prossima non venga soppressa.

L’estero è come vuoi vederlo. Puoi vederlo perfetto e pulito e va bene così, o povero e scontato e va bene lo stesso. L’idealizzazione dell’estero come del luogo natìo è tutta nelle esigenze e nella filosofia di vita che si vuole abbracciare. Ma ovviamente questa è solo un’impressione. O forse no?

Agnese Cavallo

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Agnese Cavallo, nasce a Napoli il 14 novembre 1985. Da sempre appassionata di classicità, da quando il padre le raccontava i miti greci e l’Odissea in lingua napoletana, decide che la letteratura e le materie umanistiche saranno il suo futuro. Si iscrive, così, al Liceo classico Quinto Orazio Flacco di Portici (Na) e continua l’esperienza umanistica alla Facoltà di Lettere Moderne della Federico II di Napoli. Consegue la Laurea triennale nel 2013 con 103/110, presentando una tesi sull’opera di Francesco Mastriani “i Vermi. Studi storici sulle classi pericolose in Napoli”, importante giornalista e scrittore di feullitton napoletano di fine ‘800. Il giornalismo, infatti, è da sempre una passione e, quasi, una vera missione. Convinta che i giornalisti siano spesso persone lontane dalla realtà, pronti, più che alla denuncia alla gogna mediatica, nei suoi articoli preferisce una sana soggettività volta all’etica e al sociale anziché un’oggettività moralistica e perbenista. Nel febbraio 2012 inizia la sua esperienza con il giornale “Libero Pensiero” prediligendo il sociale, la cronaca, la cultura e anche la politica. Il suo argomento preferito? Napoli, tra contraddizioni e bellezza.