Zimoun, artista svizzero nato a Berna nel 1977, è in mostra a Modena fino al 5 marzo. La sua 605 prepared dc-motors, cardboard boxes (605 macchine in CC e scatole di cartone) occupa cinque ambienti della Palazzina Vigarani, nel Giardino Ducale Estense.

Il titolo dell’opera di Zimoun riassume bene ciò che è esposto. All’ingresso, il visitatore vede innalzarsi una sorta di “torre” di scatole di cartone, alla quale è possibile accedere. Nelle sale a destra e a sinistra, le scatole di cartone sono disposte in modo da formare varie composizioni. Ogni scatola è messa in movimento da una macchina in corrente continua, la quale “frusta” la superficie di cartone con sfere di cotone e fil di ferro.

Questo crea un effetto visivo e soprattutto sonoro con cui, come recita la didascalia all’entrata, “Zimoun esplora il ritmo meccanico, la tensione tra i modelli ordinati del Modernismo e la forza caotica della vita”. Un effetto senza dubbio interessante. Ma è qualcosa di più che semplicemente “interessante”?

Le opere di Zimoun incuriosiscono, ma, al di là del momentaneo stupore causato dal vedere scatole di cartone agitarsi sotto il martellare di sfere di cotone, tutto ciò lascia un’impressione memorabile? Dopo aver attirato l’attenzione, cosa fa l’artista di questa attenzione? Poco, si direbbe. Quasi nulla.

Si rimane lì, ad ascoltare questa grandine di colpi, a guardare queste scatole di cartone in preda a tremori e cercando di vedere qualcosa oltre a un noioso giochetto di prestigio.

“Attraverso l’utilizzo volontario di titoli che descrivono le sue opere semplicemente come un elenco dei materiali e delle componenti meccaniche utilizzate, le sculture sonore di Zimoun richiedono all’osservatore un ulteriore sforzo di immaginazione, rendendolo attivamente partecipe nel completamento dell’opera stessa.”

In questo paragrafo, tratto dalla didascalia presente all’ingresso, sta tutto il problema. Questo “sforzo di immaginazione” sembra essere eccessivo. Non ci troviamo di fronte a un’opera come, per esempio, il romanzo “Rayuela” di Cortázar. In quel caso, al lettore veniva data una certa libertà e veniva chiesta una forte complicità, ma la sostanza (la poesia, la storia, i personaggi, i sentimenti) non mancava di certo. Qui sembra proprio mancare la sostanza. Ci troviamo di fronte a qualcosa che ha poco a che vedere con l’uomo. Viene ripetuto il “ritmo meccanico“, vero, ma questo non aggiunge nulla al “tema” che non sia già stato liquidato da “Tempi moderni” di Chaplin più di ottanta anni fa. Opere come quella di Zimoun fanno più pensare alla totale disumanità di “Metal Machine Music” di Lou Reed.

Lasciando carta bianca all’immaginazione del visitatore, Zimoun rischia che questa non vada oltre quello che c’é: rumorose scatole di cartone. Tutto o quasi dipende dalla disposizione d’animo di chi guarda. Disposizione che non può essere aiutata dalla pretenziosa didascalia d’ingresso che, da un lato, cerca di presentare l’artista come eroico:

“Autodidatta, ossessionato dalla semplicità degli oggetti, dai movimenti e dai suoni generati da essi, continua a opporsi stoicamente alla dittatura dei nuovi media e delle tecnologia, ricordandoci come l’artista possa trasformare la percezione di ciò che ci circonda.”

Dall’altro, la didascalia mette in atto una difesa preventiva nei confronti di chi immancabilmente se ne uscirà con “avrei potuto farlo anch’io”. Niente affatto: nel lavoro di Zimoun, a quanto ci viene detto,

“(…)si riuniscono le competenze dell’ingegnere, dell’architetto, dell’artigiano, del ricercatore, dell’arrangiatore e del direttore d’orchestra.”

Come detto, in questo caso il giudizio dipende dalla disposizione di chi guarda. In una giornata buona, la mostra può essere divertente, curiosa, una stravaganza da raccontare. In una giornata no, può essere una mezz’ora buttata al vento. La colpa, però, non è certo dell’artista, che già dal titolo, in fondo, ci avverte di non avere alcuna pretesa.

Luca Ventura

 

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