Risale ad aprile 2016 l’ultimo rapporto annuale di Reporters Senza Frontiere che traccia le linee di un orizzonte tutt’altro che roseo per la libertà di stampa di quella che crediamo essere senza margine di dubbio la “civilissima” Europa.

L’Italia si colloca al 77° posto della classifica mondiale sulla libertà di stampa, dietro di noi in Europa ci sono solo Grecia e Bulgaria. I reporter italiani subirebbero un maggior numero di pressioni, tentavi di censura e di ritorsione soprattutto per quanto riguarda le inchieste sulla criminalità organizzata e sui casi di corruzione. All’interno del rapporto RSF viene citata l’inchiesta Vatileaks del 2015 de la Repubblica, in seguito alla quale un numero compreso tra i 30 e i 50 giornalisti furono posti sotto protezione in quanto minacciati verbalmente e fisicamente di morte.

Il declino della libertà di stampa si rivela quindi essere anche un problema del modello d’informazione europeo, escludendo le eccellenze nordiche di Finlandia, Paesi Bassi e Norvegia. Numerose sono le contingenze storiche e le infiltrazioni politico legislative che minacciano l’indipendenza e l’autonomia dei giornalisti europei. I criteri principali di misura della libertà d’espressione dei giornalisti dettati dal World Press Freedom Index sono: pluralismo, indipendenza dei media, ambiente in cui si opera e autocensura, provvedimenti di legge in materia, trasparenza, infrastrutture e abusi.  Non è difficile desumere come il clima di crescente paura generato dagli attacchi terroristici  degli ultimi anni e lo spettro della crisi economico-governativa che ha colpito tutta l’Europa, abbia portato cambiamenti molto profondi nella stampa, basti pensare alla massiccia approvazione di leggi per la sorveglianza di massa o all’aumento del controllo governativo sulle reti pubbliche e private.

Emblematici a questo riguardo sono la Polonia e l’Ungheria (di qualche gradino sopra l’Italia nella classifica RSF). Nel gennaio del 2016 il centro di Varsavia venne invaso da una folla di manifestanti giunti da ogni parte del Paese per gridare il loro: «No alla censura, sì alla libertà». Uno degli slogan più significativi della manifestazione fu «Siamo a Varsavia, non a Budapest», e nella sua semplicità racchiuse in poche parole l’indignazione della società civile polacca verso il neoeletto PiS, il partito di governo reazionario e nazionalista rappresentato da Kaczyński. Risulta evidente agli occhi dei manifestanti che la svolta autoritaria del leader polacco trae ispirazione dal premier ungherese Viktor Orbán, noto per le sue campagne anti-migranti e il suo non tanto celato ultranazionalismo. La destra di Kaczyński, dopo aver tolto di fatto ogni potere alla Corte costituzionale, fece divenire priorità del suo programma politico la scalata a radio e TV pubbliche, con la promessa di nazionalizzare varie testate giornalistiche, dato che quelle con partecipazione di capitale estero sono logicamente le più indipendenti, quindi le più libere e potenzialmente pericolose. Gruppi editoriali indipendenti, come quello del principale quotidiano nazionale di Gazeta Wyborcza, non a caso non sempre “in linea” con l’attuale governo, sono stati indeboliti interiormente attraverso la deviazione dei fondi pubblicitari verso media e quotidiani più accomodanti.

A livello mondiale il panorama non sembra essere molto più roseo, anche se fanno ben sperare i dati provenienti dall’Africa, che per la libertà di stampa si colloca subito dietro l’Europa, superando persino l’America, dimostrando la vitalità di un paese che sebbene afflitto da problemi umanitari enormi, non si dimostra arrendevole nella lotta per l’accesso ai diritti. Costantemente drammatico è invece l’indice di libertà di stampa asiatico, che registra i livelli di censura (anche informatica) più alti, soprattutto in Cina e Corea del Nord.

Al di là delle facili generalizzazioni, quello del declino della libertà di stampa in Europa è un problema che dovrebbe destare numerosi interrogativi e attivare nel migliore dei casi un’autocritica feroce, volta a preservare una libertà troppo spesso data per scontata e strettamente implicata al funzionamento efficace di un sistema democratico, egualitario e civile.

La libertà di stampa è il pilastro dell’espressione della volontà libera di un popolo o di una nazione. Incatenare l’informazione, manipolarla, rendere il suo esercizio macchinoso se non impossibile sono i primi segnali di un mondo sempre più somigliante a quello descritto da Orwell in 1984. Non si tratta più di fantascienza, né di catastrofismo politico, ma piuttosto di una semplice presa di coscienza del fatto che la morsa politica stringe sempre di più la gola dell’informazione, tanto che in alcuni paesi la sua voce inizia ad essere assente o peggio alterata dalle influenze del governo e degli interessi dei politici di turno.

Dal 1993 l’UNESCO celebra simbolicamente il 3 maggio la “giornata internazionale per la libertà di stampa”, al fine di sensibilizzare la popolazione mondiale e i vari governi ad uno dei principi cardine della libertà di espressione dell’uomo. In  questo giorno vengono ricordati tutti i giornalisti morti e nel loro ricordo si cerca di incrementare il dibattito per lo sviluppo di accordi internazionali volti a tutelare la libertà di stampa.

Il compito di tutelare la stampa dalle prevaricazioni dei governi e delle associazioni criminali e non, dovrebbe essere preso molto seriamente, in particolare da parte dell’Europa. Il vecchio continente, dipinto da secoli come culla della democrazia e della libertà, sembra dover fare i conti con le cifre di una realtà dai toni sicuramente più scuri, in particolare per quanto riguarda la tanto paventata libertà di espressione e di stampa e questo non è sicuramente il momento migliore per “sedersi” su un diritto che possediamo da tempo, ma che lentamente a piccole dosi rischia di scomparire senza fare troppa notizia.

Sara Bortolati

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Sara Bortolati, classe 1991, diplomata presso il Liceo socio-psico-pedagogico D.G. Fogazzaro di Vicenza e laureata in Filosofia (vittima del 3+2) presso l’Università degli studi di Padova. Attualmente frequento l’ultimo anno di magistrale con la speranza di potermi laureare con una tesi sulla questione di genere, concentrandomi in particolare sull’opera di Butler e Foucault. Amante della fotografia, con un debole per quella analogica su rullini scaduti, onnivora di film, meglio se concettualmente disturbanti o d’essai, devota all’arte contemporanea, alla causa femminista, alla poesia e al caffè. Il tutto condito da una montagna di contraddizioni, sigarette, sogni nel cassetto, fumetti e la voglia, se non di cambiare il mondo, per lo meno di confrontarsi sempre attivamente con esso. Non credo in Dio, non faccio parte di nessuna associazione politica e marcio fiera tra le schiere di coloro che hanno fede nel fatto che cultura e istruzione un giorno possano cambiare il mondo. Allergica alla polvere, al polline e alle menti chiuse e retrograde.

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