WhatsHappening: la rassegna di questa settimana inizia con Tajani

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Cari lettori, bentornati alla rubrica del sabato di Libero Pensiero. Questa settimana, la rassegna di WhatsHappening parte dall’elezione di Tajani e arriva sino alla Conferenza che ha coinvolto 75 paesi. Iniziamo:

ANTONIO TAJANI ELETTO NUOVO PRESIDENTE DEL PARLAMENTO EUROPEO

Sarà Antonio Tajani il successore di Martin Schulz alla presidenza europea. Martedì 17 gennaio, dopo quattro scrutini, il candidato del Partito Popolare Europeo, già dato per favorito, ha sconfitto con 351 voti l’avversario socialista Gianni Pittella. Tajani, 63 anni, è stato uno degli esponenti principali di Forza Italia, partito con il quale è entrato nel Parlamento europeo nel 1994. Dal 2008 al 2014 è stato membro della Commissione Europea, come Commissario prima ai trasporti e poi all’industria. Proprio la sua vicinanza a Silvio Berlusconi è stata spesso criticata da molti colleghi, che lo considerano solo un portavoce dell’ex Presidente del Consiglio. WhatsHappening La sua vittoria è arrivata dopo il passo indietro di Guy Verhofstadt dell’ALDE, che ha deciso di ritirare la sua candidatura per appoggiare il nome proposto dal PPE. «Sarò il presidente di tutti, rispetterò tutti i gruppi. Potrete contare sulla mia totale disponibilità», così Tajani, nel primo discorso dopo l’elezione, ha ringraziato l’assemblea, ribadendo la propria apertura al dialogo con tutte le parti politiche. Per la prima volta, si è trattata di una corsa alla presidenza tutta italiana: oltre Tajani e Pittella, infatti, c’era anche una terza candidata, Eleonora Forenza, esponente del gruppo della sinistra radicale.

MESSICO, EL CHAPO ESTRADATO NEGLI USA

Il capitolo finale della saga di Joaquín “El Chapo” Guzmán è stato scritto nella giornata di giovedì: l’ex boss del cartello di Sinaloa è stato estradato negli Stati Uniti. L’ha reso noto con uno scarno comunicato stampa il Governo messicano. Il provvedimento con cui Città del Messico ha dato il via libera all’estradizione è giunto per certi versi inaspettatamente: difatti erano ancora in corso le vicende legali che dovevano appurare se effettivamente sussistessero i presupposti di diritto per dar luogo all’estradizione. Tra i procedimenti in questione, spiccano i due ricorsi che i legali del Chapo avevano presentato a una Corte Federale, contro l’estradizione.WhatsHappening Ebbene, si legge nel comunicato governativo, i due ricorsi sono stati respinti proprio poco prima che fosse emesso il provvedimento autorizzativo dell’estradizione: il Governo ha anche assicurato che, in questo modo, non sono stati violati diritti umani o processuali del criminale, anche perché esiste un accordo con le autorità statunitensi per non applicare nei suoi confronti la pena di morte (che non è prevista dall’ordinamento penale messicano e cui dunque Guzmán non poteva essere comunque condannato in patria). Ad ogni modo, il difensore del narco si è detto «sorpreso» e all’oscuro della repentinità del provvedimento e della sua esecuzione. C’è anche chi suppone che la fretta fosse necessaria per consentire l’estradizione prima dell’insediamento del nuovo presidente USA Trump, che, in nome della chiusura della frontiera col Messico, avrebbe potuto anche opporsi alla misura.

GAMBIA IN CRISI: POSSIBILITÀ DI INTERVENTO ARMATO CONTRO JAMMEH E CIVILI IN FUGA

La crisi di potere in Gambia si è intensificata e rischia di portare il paese sull’orlo di una guerra civile. L’ex presidente Jammeh, infatti, dopo aver annunciato che sarebbe rimasto al potere fino a che un’udienza in tribunale non avesse deciso della correttezza degli ultimi risultati elettorali che lo hanno dato perdente, ha dichiarato lo stato d’emergenza lo scorso martedì 17 gennaio. Nel frattempo, Adama Barrow ha prestato giuramento presso l’ambasciata gambiana di Dakar, capitale del Senegal, e ha ottenuto l’appoggio dell’ONU e dell’ECOWAS (Economic Community of Western African States). Proprio quest’ultima ha dato il via a un’operazione militare che potrebbe servire per destituire l’ex presidente Jammeh con la forza, mandando truppe nel territorio gambiano. WhatsHappening Gli ultimi tentativi di convincere Yahya Jammeh, condotti dai rispettivi presidenti di Liberia, Guinea e Mauritania e da alcuni rappresentanti dell’ONU, non hanno ancora dato risultati. Se quest’ultima mediazione diplomatica non dovesse riuscire, Jammeh verrà destituito attraverso un’operazione militare. Nel frattempo, proprio negli ultimi giorni, si è scatenato il panico nella popolazione del paese, che si è data alla fuga: circa 45.000 persone, secondo le stime dell’UNHCR, sarebbero arrivate in Senegal a causa della crisi degli ultimi mesi. Anche i turisti, a ridosso della dichiarazione dello stato d’emergenza, si sono diretti immediatamente negli aeroporti per allontanarsi dal paese in crisi.

IL GIORNO DI DONALD TRUMP

La giornata di ieri è stata la giornata dell’insediamento ufficiale di Donald Trump alla guida della Casa Bianca. Un Trump a proprio agio nel nuovo ruolo ha accolto la folla festante accorsa alla cerimonia alla sua maniera: «Oggi ridiamo il potere al popolo, l’establishment ha protetto se stesso, ma non i cittadini del nostro Paese [...] Il 20 gennaio del 2017 sarà ricordato come il giorno in cui il popolo è diventato di nuovo governante. Gli uomini e le donne dimenticati del nostro Paese non lo saranno più». whatshappening «Avremo indietro i nostri confini. Avremo indietro il nostro benessere. Avremo indietro il nostro sogno! L’america vincerà! Come non è mai accaduto prima!» ha continuato il tycoon, scandendo poi il motto della sua campagna: «First America!». In evidenza il passo in cui ha scongiurato ogni politica discriminatoria che riguardi i cittadini americani, quando ha parlato dell’importanza che l’America sia unita: «Quando l’America è unita è inarrestabile! […] Bianchi e neri hanno lo stesso sangue rosso dei patrioti, adoriamo la stessa bandiera». Un Trump dunque conciliante ma deciso, che si autoproclama nuovo simbolo dell’American Dream.

75 DELEGAZIONI PER LA SOLUZIONE DEI DUE STATI

Sono stati 75 i paesi che hanno preso parte alla Conferenza di Parigi sul Medio Oriente tenutasi domenica 15 gennaio e fortemente voluta da François Hollande. Fulcro dell’incontro è stato il processo di pace tra Israele e Palestina: favorire la soluzione dei due Stati è interesse internazionale, nonché un tassello indispensabile all’equilibrio della regione. Le parti intervenute si impegneranno a favorire il suddetto processo di pace e a non intraprendere iniziative unilaterali – quest’ultimo aspetto sembrerebbe riferirsi al presunto intento di Donald Trump di trasferire l’ambasciata USA da Tel Aviv a GerusalemmeWhatsHappening Martedì 17 dicembre, a due giorni dalla Conferenza, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha pubblicato un documento non ufficiale allo scopo di informare circa la situazione in Medio Oriente; qui vengono ribaditi i concetti espressi a Parigi e si riportano gli umori dei due grandi assenti di domenica: Israele e Palestina. Mentre gli israeliani proseguono a condannare la Risoluzione sugli insediamenti, i palestinesi auspicano l’applicazione della stessa e giudicano con positività la partecipazione internazionale ai difficili rapporti con lo Stato di Netanyahu. Nickolay Mladenov, inviato speciale ONU per la pace in Medio Oriente, sottolinea come i due Stati siano «prigionieri della paura» e debbano l’uno – Israele –   porre fine alla politica degli insediamenti e l’altro – la Palestina – condannare gli atti di violenza e terrorismo.

Hanno collaborato: Rosa Ciglio, Elisabetta Elia, Ludovico Maremonti, Valerio Santori, Rosa Uliassi

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