“La poesia è sempre un atto di pace. Il poeta nasce dalla pace come il pane nasce dalla farina.”

Come un fiume in piena che non vuol saperne di arrestarsi, dalle acque limpide e cristalline, la poesia sgorga dall’animo del poeta, la sua essenza tinge tutto ciò che delicatamente lambisce. Come un pittore che si appresta a riprodurre sulla tela ciò che il suo occhio scruta ed esamina minuziosamente, così il poeta con una superba incastratura delle giuste parole dipinge, sublimandole, la realtà circostante, le sensazioni che voracemente si impossessano della sua persona, non lasciandogli tregua, lo stupore per la meraviglia del mondo. Ma il poeta è anche un cantore della pace, di una placida serenità, di una composta quiete. Questo dolce e stridente contrasto si annida nei versi di uno dei poeti più celebri del XX secolo: Pablo Neruda.

Pseudonimo di Ricardo Eliécer Neftalí Reyes Basoalto, l’autore cileno scelse il cognome Neruda ispirandosi allo scrittore ceco Jan Neruda, al fine di celare al padre la sua accesa passione per le lettere. A soli 19 anni dà alle stampe la sua prima raccolta di componimenti “Veinte poemas de amor y una canción desesperada” che rivoluziona completamente il concetto dell’amore. Non riecheggia più la spensieratezza deliziosamente sventata del “gentil” sentimento, al contrario esso si imbelletta di toni drammatici ed avvincenti, esplorando la terra sconosciuta di un ammaliante erotismo, ed effigiando l’uomo e la donna non più come complici, ma come acerrimi avversari e, al contempo, amanti sui retroscena di una seducente guerra di passione.

“Ma viene l’ora della vendetta, e ti amo.

Corpo di pelle, di muschio, di latte avido e fermo.

Ah le coppe del seno! Ah gli occhi d’assenza!

Ah le rose del pube! Ah la tua voce lenta e triste!

Corpo della mia donna, resterò nella tua grazia.

Mia sete, mia ansia senza limite, mio cammino incerto!

Rivoli oscuri dove la sete eterna rimane,

e la fatica rimane, e il dolore infinito.”

 

Il poeta cileno non si avvale dell’uso di parole astruse e di difficile comprendonio, ma è la semplicità che galoppa, incontrastata, tra i suoi versi. La sua poesia giunge diretta alle porte del cuore degli uomini, addolcita da una timida genuinità. Del resto “dovrebbe occuparsi di tutto la poesia, passando dal cuore del poeta”.

Neruda
Philippe Noiret e Massimo Troisi ne “Il postino”, film dedicato al poeta Pablo Neruda

Oltre allo sconfinato amore per la letteratura, tuttavia, Pablo Neruda prende parte anche alla vita politica che durante il ‘900 imperversava nel mondo. A seguito del suo trasferimento a Madrid, dove fa la conoscenza del suo amico fraterno Federico Garcìa Lorca, si schiera dalla parte dei repubblicani, osteggiando con grande fervore la nascita della dittatura fascista di Francisco Franco. Nel 1945 torna nella sua terra natia, dove viene insignito del titolo di senatore indipendente, ma pochi anni dopo è costretto di nuovo ad andare in esilio a causa delle violente controversie con l’allora governatore Gabriel González Videla. È di queste vicissitudini che si caricano opere come “España en el corazòn”, “Residencia en la tierra” e il monumentale “Canto general”.

In seguito, nella sua poetica si ripristina l’antica purezza e spontaneità. L’impeto suscitato dalle vicende politiche lascia spazio all’attenzione per le piccole cose, gli oggetti quotidiani di uso comune nelle “Odas elementales” in cui viene recuperata la materialità della poesia nerudiana, ma anche la sua sobria armonia.

Pablo Neruda riceve il premio Nobel per la letteratura nel 1971 e si spegne dopo due anni, nel 1973, a Santiago del Cile. Questi i versi che scrisse nella notte prima della sua morte:

“Ma perché chiedo silenzio

non crediate che io muoia:

mi accade tutto il contrario:

accade che sto per vivere.”

Clara Letizia Riccio