Dopo 14 ore di autostrada, i tuoi occhi sembrano come cristallizzati. Mi accoglie Amsterdam, ma quasi non mi accorgo della presenza di questa molarità intorno a me, tanto che passa via, inerme, mentre continuo il percorso segnalato dal navigatore.

I momenti scorrono inesorabili, senza un fremito, scorporati dalla realtà che scivola lateralmente, mentre imbocchi quegli ultimi 32km che ti separano da un meritato riposo. Finalmente un letto: non mi  importava di non sapere se fosse comodo o meno, di non sapere nemmeno se avrei dovuto condividerlo con mio fratello, che nell’attesa era riuscito a costruirsi una più che onorevole sistemazione nei sedili posteriori.

Il silenzio rotto solamente dalla radio che perdeva le frequenze dei canali, a causa dell’aver appena superato i confini di questa frontiera immaginaria che l’Europa costituisce e difende. La nostra generazione nutre una visione di questa comunità europea come un qualcosa di lontano, che costituisce questa meta immaginaria a cui aspiriamo di ascendere, prima o poi, seppur con esperienze diverse, aspirazioni diverse, storie infinitamente dissimili da perdersi nel discorso stesso di chi provasse ad elencarle.

La mia poteva anche essere anche una storia interessante ma, alle 05.30 del mattino in una tangenziale deserta ad Amsterdam, il mio unico pensiero era rimanere sveglio. Il cane faceva capolino dal fondo della macchina, accucciato nell’attesa di riuscire a scendere finalmente da quella scatola infernale.

Il cielo cominciava a riflettere le prime luci, svelando l’intercapedine di nuvole grigie che oscuravano la vista dell’alba. Mi sarebbe piaciuto descrivere qualcos’altro, al di fuori della brezza gelida che mi tagliò il viso appena uscito dalla vettura. Il parcheggio era deserto, 12 piani di palazzo racchiudevano un appartamento che non conoscevo, ma per il quale avevo appena viaggiato per mezza  Europa, da Firenze fino alla periferia di Amsterdam, fermata: Konigina Whilielmina Plein.

Tutto nuovo, tutto diverso da quello che avevo lasciato. La tiepida luce del mattino mi fece scorgere altri palazzi, tutti così diversi l’uno dall’altro, ma che formavano un agglomerato indistinguibile di grandi uffici ed abitazioni, collegati da una rete fitta di strade, linee della metro, piste ciclabili, pure sulle rotonde. Certo, ero già stato in Olanda. Ma il centro di una grande città come Amsterdam, con quelle casette colorate, i canali che tinteggiano uno sfondo armonico e particolarmente suggestivo, è ben diverso  dalla maestria di chi ha saputo adattarsi alle esigenze di dover costruire su un terreno letteralmente “rubato” al mare. Ma quando tornai ad Amsterdam, questa volta per restare, l’immergermi nella realtà di una città con le necessità di tutti i grandi centri urbani, quel grigio così artificiale, mi fece scordare di essere nel paese dei tulipani.

L’aria fredda mi risvegliò, facendomi disincantare da quel momento che mi parve così aureo quanto profondamente sterile era il paesaggio che mi circondava.

Saliamo fino al nono piano; l’appartamento è spazioso, una grande sala comunicante con la cucina, un bagno e due camere. Avrei condiviso il letto con mio fratello.

Mi colpirono le grandi vetrate, pensai che servissero per catturare quella poca luce che traspare da quel cielo così miseramente opaco, ed un terrazzo, uguale a tutti gli altri incastonati tra le mura del palazzo.

Rimasi a fumare l’ultima sigaretta di quella giornata infinita, lì, su quel pertugio che mostrava Amsterdam e quanto ero distante da casa. Da quel punto riuscivo a scorgere, dietro il palazzo più basso d’innanzi, un canale che formava una linea retta, dividendo geometricamente la zona in due aree unite da un ponte. Sempre palazzi, sempre case, negozi, supermercati.

La città si stava svegliando.

Cominciavano ad uscire i primi lavoratori, mamme e bambini, studenti, anziani, giovani. I mezzi pubblici iniziavano a trottare, trasportando quella popolazione zelante che si era appena destata. Si percepiva, in lontananza, lo scorrere delle automobili sull’autostrada, in netto contrasto con il tintinnio delle migliaia di biciclette che scorrazzavano a perdita d’occhio. Biciclette ovunque. E capite che può essere un trauma per un ragazzo che ha imparato a saperci andare, in bicicletta, a solamente 16 anni.

Mie problematiche a parte, mi chiedevo se non fosse strano che l’immagine di quel momento mi sia  rimasta così impressa. Non parlo solo dei colori, le figure, i volti. Parlo di quanto essi siano rimasti pregni di emozioni, sapori diversi, profumi. Sentivo che non mi apparteneva nulla, una ripulsione spontanea data dalla paura.

Anzi, le paure. Ero lì, così lontano, in una cultura totalmente diversa, in un luogo tanto discorde a ciò che avevo sempre vissuto, in cui ero cresciuto ed adagiato. Perché rinunciare a tutta la nostra sicurezza? Perché rinunciare a quella comodità e tranquillità che nelle nostre case, nelle nostre città, ci sembra così platonicamente realizzabile, perseguendo centinaia di chilometri per ritrovarsi in una realtà così diversamente spaventosa?

Dovevo ancora scoprire che, forse, è per questo che ho un ricordo così nitido di quei momenti: le paure mi hanno costretto a rapportarmi con una verità che non sentivo mia, ma semplicemente perché non ero ancora in grado di capire che, in un modo o nell’altro, per un motivo o quell’altro, per una storia o per una semplice necessità, abbiamo bisogno di perderci, di sperimentare, di  viaggiare.

Viaggiare non per sé stessi, ma per gli altri. La nostra generazione si rapporta ogni giorno con questa problematica: perché viaggiare per altri? Secondo l’opinione di chi scrive, è perché solo così si può capire davvero chi siamo, cosa possiamo essere, cosa davvero siamo in grado di fare. Mettiamoci alla prova, buttiamoci in quest’Europa ed utilizziamo fino all’ultimo le possibilità che ci offre.

Ma quelle paure rimangono… Soprattutto per qualcuno che, avendo vissuto Firenze dal Piazzale Michelangelo, non può che farsi scappare un sorriso, a constatare di essere arrivato a compiacersi di quel piccolo raggio di sole, che si era fatto breccia in quella muraglia di nuvole, aprendo il cielo di Amsterdam per un viaggiatore qualsiasi.

Ero arrivato, e non sapevo proprio cosa mi stesse attendendo.

Niccolò Inturrisi

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Nasce il 26 febbraio 1995 a Firenze, dopo aver terminato gli studi liceali nel 2015 lascia l’Italia e si trasferisce con la famiglia in Olanda, ad Amsterdam. Ora continua a lavorare come magazziniere in attesa di intraprendere gli studi. Il libro che lo ha colpito più di tutti è stato “La bestia umana” di Zola. Se proprio gli chiedessero di scegliere un autore preferito, opterebbe però per Dostoevskij. Coltiva molte altre passioni, tra cui la musica, nella quale si è cimentato per qualche anno suonando chitarra elettrica e basso. Ascolta tutti i generi possibili e il suo gruppo preferito in Italia restano gli Zen Circus, anche se adora De Andrè e Lucio Dalla (ma ne potrebbe citare molti altri), ma il suo primo amore rimangono i Pink Floyd. Grazie alla famiglia si porta dietro praticamente da tutta la vita la passione per il cinema. Adora Fellini e Monicelli, ma non disdegna anche registi esteri come Lynch, Scorsese e Tarantino.