Donald Trump ha intrapreso da subito una politica economica che possiamo definire protezionistica. Essa consiste, come è noto, nella rinegoziazione o – in casi estremi – nello stralcio degli accordi di libero scambio che le precedenti amministrazioni avevano posto in essere. Il TPP (l’accordo di libero scambio con i Paesi del Pacifico) in primo luogo, ma anche il NAFTA (l’accordo già in vigore da anni con i Paesi del Nord-America. Inoltre, l’Amministrazione di Donald Trump intende perseguire una politica di elevati dazi commerciali verso i Paesi come Messico e Cina considerati “ostili” poichè produttori di merci a più basso costo del lavoro. Una tale politica ha subito destato interesse e anche entusiasmo anche da parte di chi sostiene che essa sia un modo valido di arginare quegli eccessi e quegli squilibri a cui la globalizzazione ci ha abituati. Ma è davvero così?

Le teorie del commercio internazionale ci vengono in soccorso. Da esse sappiamo che, l’imposizione di un dazio su un bene importato, produce essenzialmente due effetti. Nel caso in cui il dazio sia posto da parte di un’economia molto grande come gli USA, esso è in grado di scoraggiare la domanda globale del bene, riducendone il prezzo sul mercato globale. Tuttavia, la tariffa pagata all’importazione provoca al contrario un aumento del prezzo del bene. Questi due effetti sono di segno opposto, ma quale dei due di solito prevale?

È dimostrabile come, per dazi di ammontare piccolo, è l’effetto positivo (di riduzione del prezzo) a prevalere, mentre se il dazio aumenta (è il caso del 20% proposto da Trump sui prodotti messicani) prevale decisamente l’effetto negativo. Che implicazioni concrete avrebbe tutto ciò sull’economia? Gli unici a beneficiarne sarebbero le imprese americane che producono beni analoghi a quelli importati. I consumatori americani, però, sono chiamati a pagare il conto del dazio. Essi vedranno una perdita netta del potere d’acquisto, oltre ad essere ulteriormente danneggiati dalla ridotta concorrenza (a causa del dazio sarebbero solo le imprese interne a contendersi il mercato). In aggregato, il calo del volume delle importazioni è accompagnato con un calo della domanda interna e dei consumi, cosa che a sua volta danneggia la crescita economica.

Tutta questa analisi, per altro, prescinde delle probabili misure ritorsive che i Paesi oggetto di dazio commerciale potranno adottare. Se il Messico, sentendosi danneggiato, porrà un corrispondente dazio sui prodotti americani, le esportazioni americane ne risentiranno, con conseguente calo della produzione e dell’occupazione. Con tanti saluti agli operai e ai disoccupati della Rust Belt chi hanno votato Donald Trump perchè affascinati dalle promesse di una maggiore protezione.

Giuseppe Caivano, ricercatore in economia internazionale.

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