Non è una novità che Taiwan abbia deciso di inviare una propria delegazione alla cerimonia di insediamento di Donald Trump del 20 gennaio, ma semmai lo è la protesta esplicita della Cina affinché ciò non fosse avvenuto.

È stata chiara Hua Chunying, portavoce del Ministro degli Esteri cinese, quando in una conferenza stampa il 18 gennaio ha affermato con decisione di «aver sollecitato ancora una volta gli Stati Uniti affinché non consentano l’arrivo di alcuna delegazione inviata da Taipei per partecipare alla cerimonia di insediamento del presidente».

Eppure già nel 2005 una delegazione di Taiwan faceva la sua irruzione alla Casa Bianca, in occasione della cerimonia di insediamento di G.W. Bush, e senza destare troppo clamore. Allora, cosa è cambiato con Donald Trump?

Partiamo col ricordare innanzitutto le ragioni dell’ostilità della Cina verso Taiwan.
Sebbene i territori di questa isola tra il mar Cinese Orientale e il mar Cinese Meridionale siano di fatto sotto il controllo cinese, sono qui presenti un governo e istituzioni politiche autonome, spesso attive nel rivendicare formalmente l’indipendenza dall’ingombrante Pechino. Solitamente a tali dichiarazioni seguono interventi militari cinesi, prove di forza dimostrative.

Di fatto, per la Cina Taiwan è una provincia che cerca l’autonomia.


Viene così considerata fin dal finire degli anni ’40, quando, in occasione della guerra civile fra comunisti e nazionalisti, Mao Tse-tung ebbe la meglio sul capo di stato cinese in carica Chiang Kai-shek.
Al termine della guerra civile, il 7 dicembre 1949 Taipei divenne la nuova capitale dei nazionalisti cinesi, rifugiatisi sull’isola di Formosa portando con loro una consistente flotta.
Ogni riconoscimento politico di Taiwan da parte di altre forze internazionali desta l’ostilità di Pechino, e non a caso nessuna fra le nazioni occidentali rientra nella lista dei 22 paesi che lo considerano uno stato indipendente. Tale politica viene definita dai cinesi “One China”, una sola Cina. Chi tratta con i cinesi deve accettare il dogma.

Da decenni i presidenti di Taiwan e Stati Uniti non entrano direttamente in contatto, in particolare dal 1979. Gli USA hanno infatti abbracciato fino a questo momento la politica “One China”, anche se, è bene dirlo, operano con Taiwan numerosi scambi commerciali, e a volte gli scatoloni provenienti dagli USA contengono anche armi.

Ma “fino a questo momento” potrebbe essere una precisazione di poco errata, perché in realtà da quando Donald Trump ha vinto le elezioni qualcosa è già cambiato.
Trovano una spiegazione dunque le parole infuocate diramate dal Ministero degli Esteri, così come forse il sequestro da parte di una nave militare cinese di un drone USA che stava monitorando alcune aree del Mar del sud della Cina in dicembre, restituito poi pochi giorni dopo. Segnali che Pechino è sul piede di guerra.

Una telefonata di pochi minuti dalla presidente taiwanese Tsai Ing-wen a Donald Trump è bastata per sfatare un tabù che reggeva, come accennato, dal 1979.
Una telefonata di congratulazioni, arrivata al tycoon il 2 dicembre, e subito resa nota tramite Twitter.
Una chiamata che non è passata inosservata in Cina, specie dopo le rivelazioni del New York Times, che già il 6 dicembre parlava di un atto politico a lungo premeditato, e reso possibile dall’azione di lobbying del senatore Bob Dole.

Fa paura a Pechino la piega che stanno prendendo i rapporti tra USA e Taiwan. A fare paura, anzi, è il semplice fatto che esistano dei rapporti che non vadano oltre le normali negoziazioni commerciali.
D’altro canto gli Stati Uniti sono il secondo partner commerciale di Taipei, e Donald Trump ha ironizzato sulle polemiche conseguenti alla telefonata, facendo notare proprio che in realtà i due paesi non sono mai stati distanti.

Le parole del tycoon insomma non hanno smorzato fino a questo momento il clima sempre più teso tra Washington e Pechino, e anzi in un’intervista rilasciata a Fox News l’11 dicembre ha esplicitamente considerato la possibilità che la politica “One China” venga ridiscussa durante il suo mandato.
Ed è così che si è arrivati ai toni allarmati della già citata conferenza del 18 gennaio, così come al commento intimidatorio di un giornale statale cinese, che a pochi giorni dall’insediamento di Trump lo ha esortato a cambiare rotta, facendo notare che altrimenti «La Cina sarebbe costretta a togliersi i guanti».

Nel report pubblicato il 9 gennaio dal National Intelligence Council, intitolatoParadox of Progress”, si legge: «La Cina vede la continua presenza della marina americana nel Pacifico occidentale, la centralità delle alleanze americane in questa regione, e la protezione che gli USA danno a Taiwan come una anacronistica continuazione dei cosiddetti 100 anni di umiliazione cinese».

Valerio Santori
(Twitter: santo_santori)

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