Nuovi ostacoli sembrano porsi sulla strada che porta il Regno Unito al compimento della Brexit.

Nello specifico, il 24 gennaio la Corte Suprema di Londra, attraverso una votazione con 8 giudici a favore e 3 contrari, conferma il verdetto di primo grado, contro cui Theresa May aveva presentato ricorso.

La Corte, insomma, si è pronunciata a favore della necessaria autorizzazione a procedere del Parlamento riguardo all’invocazione dell’art.50 del Trattato di Lisbona, impedendo al governo britannico di avviare i negoziati con Bruxelles prima dell’approvazione parlamentare.

Non di poco conto, inoltre, è la decisione di escludere da qualsiasi potere di veto le assemblee di Scozia, Galles e Irlanda del Nord in tema di Brexit.

La Scozia, a riguardo, si è dimostrata contrariata.

Inoltre ha, conseguentemente, avanzato la minaccia dell’istituzione di un nuovo referendum sull’indipendenza del Paese, dando alla May un ultimatum di due mesi.
Sul comportamento del governo inglese, la premier scozzese Nicola Sturgeon non usa mezzi termini. Parlando di una totale assenza di apertura al dialogo nei confronti del proprio Paese, afferma che gli unici compromessi raggiunti provengono unicamente dalla disponibilità dimostrata dal governo scozzese.

«Questa è, per me, una delle ultime possibilità fondamentali per far comprendere al primo Ministro che ho bisogno di vedere qualche movimento da parte sua, e lei avrà la possibilità entro un paio di settimane di mostrare che questo movimento non si farà attendere».

La Sturgeon è pronta a «fare tutto ciò che è necessario per proteggere la posizione della Scozia», contemplando con ciò anche la possibilità di organizzare un congresso del Partito nazionale scozzese (di cui è leader) in corrispondenza con l’attivazione dell’art.50 del Trattato di Lisbona da parte del governo britannico.

Forte è, quindi, il clima di incertezza che aleggia sul Regno Unito, che non tarda a preoccupare anche il settore bancario.

La potenziale uscita della Scozia dal Regno Unito potrebbe essere analizzata, secondo Unicredit, come sintomo di una più vasta disgregazione dell’area euro, dovuta alla possibilità di nuovi referendum istituiti presso altri Paesi europei, analoghi a quello tenutosi in Gran Bretagna. Per di più, se ciò avvenisse, potrebbe seguire un «deterioramento del contesto economico e finanziario nell’Unione Europea», con effetti negativi anche sull’intero settore finanziario.
Quel che risulta chiaro, ad ogni modo, è la volontà del governo britannico di astenersi da qualsiasi tentativo di permanenza nel mercato unico europeo, come ha dichiarato la May lo scorso 17 gennaio.

L’obiettivo primo della GB sarà, infatti, riprendere il controllo dei propri confini, riorganizzare la gestione della circolazione delle merci e sfuggire definitivamente alle decisioni della Corte di giustizia della UE.
Per far sì che ciò avvenga, bisogna attendere il risultato del dibattito parlamentare riguardante il disegno di legge che autorizzerebbe il governo ad avviare le procedure formali per l’uscita del Regno Unito dal circuito europeo. Il documento, pubblicato lo scorso giovedì, prende il titolo di “Disegno di legge dell’Unione europea (notifica di ritiro)”.

Oggi è previsto il voto definitivo della Camera dei Comuni, con la possibilità di emendare il testo la prossima settimana.

I primi di marzo, invece, sarà il turno dei Lords, che in occasione del passaggio del testo alla Camera Alta potranno esprimere la propria opinione e, in caso, apporre emendamenti che ritengano necessari.
Ad ogni modo, nessun partito si dice disposto a contrastare quanto espresso da volontà popolare, e proprio in forza di ciò David Davis (ministro britannico per la Brexit) afferma chiaramente che non si sta discutendo «se il Regno Unito debba lasciare o no l’Europa e come debba farlo. Una decisione è già stata presa, si tratta solo di renderla esecutiva».
Le opposizioni, perciò, per ottenere concessioni dal governo, puntano sul fare pressioni mediante emendamenti.

Tra le richieste troviamo il mantenere in costante aggiornamento il Parlamento sullo stato dei negoziati con la UE e la creazione di un libro biancoche descriva articolatamente l’effettiva strategia della May riguardo al raggiungimento della Brexit.

L’intero procedimento di approvazione parlamentare, ad ogni modo, dovrà concludersi entro il 9 marzo. Questa, infatti, è la data scelta da May per dare notifica ufficiale della decisione britannica riguardo al processo di recessione della GB dall’UE, affinché non si creino presupposti capaci di innescare un «illimitato stato di transizione» che congelerebbe, a detta del primo Ministro britannico, il proprio Paese in un purgatorio politico”.

In conclusione, com’è possibile notare, il governo del Regno Unito dimostra di avere idee  chiare riguardo al futuro del proprio Paese. D’altra parte, però, ciò non deve portare a sottovalutare le forti turbolenze che si riscontrano sia nel partito Laburista che tra gli esponenti del gruppo anti-Brexit.
Nello specifico, giovedì scorso Jeremy Corbyn (leader del partito Laburista) ha imposto ai propri compagni di partito di non dimostrare opposizioni nei confronti del processo di uscita del Regno Unito dall’UE. Molti hanno, però, deciso di dimettersi dal governo piuttosto che procedere a una votazione che non corrispondesse alla propria linea di pensiero.

Per quanto riguarda, invece, il gruppo anti-Brexit, si prevede una marcia su Londra il prossimo 25 marzo. L’obiettivo è quello di raggiungere almeno 750mila persone, costituendo così una delle più grandi proteste della storia del Regno Unito.
Si tratterà, ad ogni modo, di una marcia ideologica, volta a far sentire l’opinione popolare riguardo la Brexit, senza però illudersi che tale marcia fermi il processo di recessione dall’UE, come afferma Peter French, esponente di Unite for Europe.

Ginevra Caterino

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