Una vera e propria ecatombe di esercizi e attività commerciali in Campania nel 2016, quella che emerge dall’indagine statistica commissionata dal quotidiano Il Mattino. Emergono segnali preoccupanti sul ritardo della ripresa economica nella Regione, in un Sud comunque a sua volta ancora in difficoltà.

9421 esercizi commerciali e 2082 alberghi o ristoranti: questi i numeri disastrosi che, dopo 8 anni da quello che viene convenzionalmente riconosciuto come l'”anno zero” della crisi, il 2008, ancora si registrano in Campania. È evidente che i più colpiti sono gli esercenti di quelle attività che fanno capo alla cosiddetta “old economy, ovvero quel complesso di servizi tradizionali (dal commercio al dettaglio, alla ristorazione e alla prestazione alberghiera, appunto), che più di tutti gli altri risentono delle pericolose oscillazioni della congiuntura economica.

In linea più generale, si osservano comunque: un saldo negativo di 3.222 unità per i servizi di mercato; uno di di 1.461 per l’industria dell’accoglienza (ristorazione e alloggi); uno di 1.284 per l’industria. Un po’ meglio va per l’agricoltura (meno 739 attività) e per le attività professionali (meno 543 unità).

In questo calderone statistico, a salvare leggermente la situazione intervengono le cosiddette imprese “non classificate”, ovvero tutte quelle attività non ancora inquadrabili in settori d’impresa specifici o scientificamente conosciuti, perché di nuova concezione o con prestazioni di natura del tutto peculiare. Le “non classificate”, insomma, crescono persino di 10.052 unità. In misura notevolmente più ridotta, ma non per questo meno significativa, registrano un incremento pure altri prestatori di servizi (specialmente turistici) come le imprese del noleggio e le agenzie di viaggio (nell’ordine delle 80 unità in più).

Al di là dei numeri, i dati vanno interpretati alla luce dei rilievi condotti su scala più ampia, a livello sia di Mezzogiorno, sia nazionale. Così, si scopre che la Campania esce come maglia nera dell’economia reale da entrambi i confronti. Spiega Mariano Bella, tra gli elaboratori della statistica, che al Sud i «tassi di variazione di reddito sono più bassi che nel resto d’Italia, ma le imprese innovative e quelle dei nuovi professionisti trovano condizioni meno favorevoli»: ciò soprattutto perché l’amministrazione (leggi burocrazia) non è in grado di supportarli adeguatamente.

Si sa, il Meridione d’Italia ha sofferto la crisi più di altre aree del Paese e, nonostante la timidissima ripresa nazionale, fatica a tenere il passo. Il disastro è simboleggiato dai numeri del cosiddetto valore aggiunto: spiega ancora Bella che, se pure la contrazione generale di questo indicatore, in Italia, ha raggiunto tra il 2008 e il 2014 il -1,1%, la Campania ha fatto addirittura peggio di un punto netto, attestandosi al -2,1%. Una percentuale drammatica per una Regione in cui, tutto sommato, gli studi affermano che si produce un buon 6% dell’intero valore aggiunto nazionale.

Ultima notazione: Bella segnala che un fenomeno commerciale interessante spesso si produce in corrispondenza della morte delle piccole attività commerciali, ovvero la sostituzione di queste con realtà più ampie, come super o ipermercati e parchi commerciali, più o meno simili in quanto ad attività esercitata. Tuttavia, se questo dato può almeno consolare sotto il profilo occupazionale, va comunque rimarcato che raramente la mega realtà commerciale occupa la stessa area urbana della micro realtà appena sepolta dal peso della crisi. In questo modo, sostiene l’economista, se «ogni dieci botteghe chiuse apre un’area commerciale più ampia (…) alla morte delle piccole botteghe segue la desertificazione dei centri storici. Un deficit di vivibilità che nel Meridione si sente di più».

Ludovico Maremonti