In questo nuovo appuntamento settimanale, #LettereInSoffitta ci trasporta nella dimensione dell’Urbe a cavallo tra il III e il I secolo a.C, nel pieno di una trasformazione culturale sul modello greco. La nostra lente d’ingrandimento oggi punta su quell’universo che, nei suoi cambiamenti e nelle sue costanti, è sempre stato oggetto dell’attenzione di poeti e filosofi: il mondo femminile.

Mentre la donna greca godeva di quei precetti coniugali teorizzati da Plutarco e comprendenti il diritto al rispetto, al divertimento, al sesso e all’istruzione, molto diversa era la condizione della donna romana del III sec. Perennemente soggetta all’autorità dell’uomo, la donna passava dall’essere proprietà del padre al divenire proprietà del marito. Mediante una forma di matrimonio detta cum manu, ella assurgeva a due compiti fondamentali: la riproduzione e l’educazione della prole.

Sul finire del II secolo, l’influsso del mondo ellenistico modernizzò i tratti della vita coniugale a Roma. Dal matrimonio cum manu, si passò al matrimonio sine manu:  la donna poteva così conservare il possesso della propria dote. L’evoluzione verso la modernità, comportava l’assunzione di atteggiamenti più libertini da parte delle matrone romane che, durante le assenze prolungate dei propri consorti, sfociavano nella dissolutezza degli eccessi. D’altro canto, gli uomini iniziavano a considerare il vincolo del matrimonio come un fastidioso dovere, un inevitabile ostacolo per la propria realizzazione personale.

“Se noi potessimo fare a meno delle mogli, nessuno per certo accetterebbe i fastidi del matrimonio”.

(Quinto Metello Numidico)

A far da testimoni a questo cambiamento, i poeti dell’amore: gli elegiaci e Catullo. La percezione dell’amore come esperienza passionale, assoluta, totalizzante implica che alla donna venga riconosciuta una maggiore libertà in campo decisionale, una propria autonomia nelle scelte affettive. E sono proprio questi i presupposti che uniscono il giovane Catullo a Lesbia, nobildonna romana sposata. Il loro rapporto è estraneo a qualsiasi patto giuridico o religioso e si fonda esclusivamente su una promessa di reciproca fedeltà tra gli amanti: ideale ultramoderno, caratteristico dei nostri tempi.

“Nessuna donna può dire di essere stata amata/ sinceramente quanto fu amata da me la mia Lesbia. Nessuna fedeltà fu mai tanto grande in nessun patto/ quante se ne è potuta trovare nel mio amore per te”.

E se per Catullo una simile concezione dell’amore corrisponde ad un recupero del mos maiorum, diametralmente opposta è la percezione di Orazio. Pur evidenziando quell’aspetto libertino dell’amore promosso dagli elegiaci, Orazio se ne distanzia non senza ironia: il poeta non può identificare tutto se stesso con la vicenda amorosa, in nome di valori quali l’equilibrio, la mediocritas, la misura al fine di condurre una vita socialmente approvabile. Non mancano, tuttavia, slanci di romanticismo che talvolta compare tradendo quella veste di razionalità ed austerità che avvolge le poesie di Orazio; basti pensare all’Ode III, 9 che figura l’incontro con Lidia. I due, amanti un tempo ed ora legati a nuovi amori, aldilà dell’astio e della finta indifferenza, scoprono il bene che ancora li unisce.

 “Anche se lui è più bello di una stella\ tu sei più leggero del sughero e più iracondo \ del violento Adriatico: ma con te amerei vivere, con te felice morirei.”

In un clima dissoluto, con altissima frequenza di tradimenti e divorzi, Augusto varò, tra il 18 e il 9 a.C, una serie di provvedimenti volti a restaurare il mos maiorum. Sebbene nel concreto la situazione continuasse a rimanere invariata, le leggi augustee ebbero conseguenze almeno nella letteratura. Tornò il fascino dell’immagine della donna altera, fedele e casta come Lucrezia, moglie di Collatino, la cui vicenda è raccontata da Livio, Ab Urbe condita. Dopo aver dato prova della sua integrità durante la visita improvvisa di suo marito e degli altri ufficiali, venuti dall’accampamento per verificare l’indole delle proprie mogli, Lucrezia si tolse la vita in seguito alla violenza subita da parte del figlio di Tarquinio il Superbo.

“Cosa c’è di buono per una donna che abbia perso l’onore? Sul tuo letto, Collatino, ci sono le tracce di un estraneo; del resto solo il corpo è stato violato, l’animo è innocente; la morte sarà testimone. E’ Sesto Tarquinio, che la notte scorsa, armato, con la forza, nemico invece che ospite, ha ottenuto un piacere per me – ed anche per lui, se siete veri uomini – mortale. Guardate voi, disse, quale punizione gli spetti; io, benché mi assolva dalla colpa, non mi libero dalla punizione. E nessuna donna svergognata vivrà sull’esempio di Lucrezia”. Si piantò nel cuore il coltello che aveva tenuto nascosto sotto la veste e, piegatasi sulla ferita, cadde morente.”

Ciononostante, la figura della donna non smise di essere associata all’immagine datagli da Catullo: dotata di un fascino misterioso, distruttivo, capace di generare dipendenza, di condurre l’amante alla soglia del senso del limite.

“E io ne muoio adesso ma lascerò un messaggio agli altri amanti: «Se è tenera con te. mettiti in guardia!»” (Properzio – Elegie)

“A me, d’essere celebrato non importa, o mia Delia: pur che io sia con te, sono contento che mi chiamino pigro o inerte” (Tibullo – Corpus Tibullianum )

“Chi non vuol diventare pigro, si dia all’amore” (Ovidio – Amores)

Due immagini femminili contrapposte: quella di Lesbia, di Sempronia, delle donne della famigli augustea, fatali, dissolute, dedite al piacere e quella di Lucrezia, delle donne che, pur non essendo necessariamente madri, sono emblema di virtù e umanità tali da nutrire un amore lungo una vita: è la storia raccontata dalla Laudatio Turiae, l’elogio di un marito sulla tomba della sua consorte sterile che lo indusse ad una relazione extra coniugale pur di saziare il suo desiderio di paternità. Ma invano.

“Sono rari i matrimoni che durano tanto da finire con la morte e non essere infranti dal divorzio; noi abbiamo avuto in sorte che il nostro sia durato quarantun anni senza mai un’offesa. […] Mai avrei potuto assecondarti, senza mancare al mio onore, senza fare la mia infelicità e la tua”.

Sonia Zeno

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Sonia Zeno, nata il 19/08/93 a Napoli e residente in Ercolano. Laureata in Lettere moderne, attualmente studentessa di Filologia moderna, aspira a diventare una scrittrice e docente di letteratura italiana. Amante della poesia e convinta che essa sia capace di donare occhi nuovi con cui guardare il mondo circostante, scoprendo in ciascuno di noi una speciale e singolare sensibilità.