Domani saranno passati due mesi dal referendum costituzionale che ha bocciato la riforma Renzi-Boschi. Un passaggio che nessuno ha sottovalutato, non soltanto perché ha sancito la fallibilità della narrazione renziana, ma anche perché ha riportato alle urne una grandissima parte di cittadini che ormai da tempo le avevano disertate.

Molti commentatori hanno sottolineato che si è trattato di un voto politico, che ha detto “no” sia ad una riforma pasticciata, sia all’arroganza di chi continuava a ripetere che andava tutto benissimo, incurante delle realtà di vita della maggior parte dei cittadini, sia all’ideologia sottostante, quella della precarizzazione continua, dell’assenza dei servizi, dell’isolamento degli individui al di fuori di ogni sfera di cittadinanza.

Questa ideologia, quella neoliberale, negli ultimi mesi sembra aver finalmente perso l’egemonia culturale che ha esercitato sul nostro mondo negli ultimi 28 anni; il problema è che non c’è una idea di società pronta a sostituirla (a meno che non si voglia considerare tale l’abbaiare dei Salvini e dei Trump), su cui aggregare proposte politiche e consensi, ma solo tante nicchie frammentate che riescono solo con grande fatica a dialogare tra loro.

Ciò è evidente se si segue, o almeno si prova a farlo, il dibattito politico in Italia: è qualcosa di disarmante, sia nei toni che nei contenuti; alla già storica frammentazione della sinistra, con il suo portato di odii e invidie tra dirigenti, si aggiunge l’inesistenza di una visione comune su quale strada prendere.

Si guardi al Partito Democratico: quello che avrebbe dovuto rappresentare l’eredità dei più grandi partiti di sinistra in Italia, negli ultimi anni è stato il più attivo prosecutore delle politiche liberiste in campo economico-sociale, avviluppandosi infine in una sequela di scontri totalmente autoreferenziali tra l’area renziana e la minoranza (con, per rompere la monotonia, qualche invettiva verso il Movimento 5 Stelle). Mentre la disoccupazione giovanile arriva al 40%, infatti, il dibattito interno al PD si tiene sulla questione, notoriamente di importanza capitale per i giovani precari, del come e quando fare o meno le primarie e addirittura le nuove elezioni; ciò a degna conclusione di una legislatura presa in ostaggio, prima con la decisione di renderla “costituente” (qualcuno ricorda il comitato dei saggi di Letta?), poi con le sgangherate riforme di Matteo Renzi, sia istituzionali (Costituzione, legge elettorale) che non (Buona scuola, Jobs act, riforma della pubblica amministrazione), mentre i cittadini avevano votato per “Italia Bene Comune”, il cui programma non conteneva nulla di tutto ciò.

Degno contraltare il Movimento 5 Stelle, che deve figurare in questa riflessione se non altro per la sua capacità di attrarre voti anche dal tradizionale elettorato di sinistra: esso si è rivelato un luogo in cui il dibattito è inesistente e intollerabile a pena espulsione, dove ogni incoerenza è giustificata a mezzo dei peggiori contorcimenti verbali, e che per amministrare Roma si è appoggiato ai più oscuri rimasugli della gestione Alemanno. Su ciò che è attualmente oggetto di indagine sarebbe inopportuno esprimersi ora, ma certo è significativo che, anche in presenza di addebiti molto preoccupanti, sia sufficiente la fiducia di Beppe Grillo per astenersi dal chiarire agli elettori e alla cittadinanza la natura di certe relazioni. Insomma, non c’è male per chi si era presentato con l’intenzione di rivoluzionare e ripulire la politica.

Sinistra Italiana, il partito che più di tutti dichiarava l’ambizione di riunire la sinistra, ha fissato il proprio congresso fondativo dal 17 al 19 febbraio, ma negli ultimi giorni i toni hanno raggiunto il livello dell’invettiva e, a tratti, dell’insulto. In seguito alla decisione del capogruppo alla Camera, Arturo Scotto, di candidarsi a segretario, accreditato come possibile vincitore di un congresso che sembrava già incamminato verso l’incoronazione del delfino di Vendola, Nicola Fratoianni (ex coordinatore di SEL), è partito nei suoi confronti un fuoco di fila, acuitosi quando è intervenuto a un’assemblea indetta da Massimo D’Alema. Se inizialmente sembrava che si trattasse di una discussione, legittima se pur troppo accesa, tra due linee politiche in contraddizione, dopo che Nichi Vendola e Fratoianni hanno avuto un incontro privato con lo stesso D’Alema è diventato abbastanza chiaro che il problema non era la linea politica di Scotto, ma il suo mettere in discussione una successione predeterminata, attirandosi peraltro insinuazioni davvero inappropriate per un dirigente che si è sempre mostrato fedele al proprio partito; Scotto è stato di fatto costretto a ritirarsi dopo una pronuncia a suo sfavore da parte della commissione di garanzia congressuale, che ha “blindato” l’elezione di Fratoianni.

A proposito di D’Alema, è difficile prevedere cosa farà: per un paio di giorni si è parlato di scissione dal PD, ma se anche lui decidesse di percorrere questa strada, è molto difficile immaginare che la minoranza bersaniana lo segua, visti i precedenti.

Sul piano locale, DEMA, l’associazione nata per sostenere la ricandidatura di Luigi De Magistris a sindaco di Napoli, si avvia a strutturarsi in movimento politico: se la collocazione di campo è a sinistra, si nota però un certo trasversalismo (tipico peraltro di tante recenti liste civiche, come nel caso di quelle a sostegno di Vincenzo de Luca o Michele Emiliano), tanto ampio da dare accoglienza perfino a transfughi della destra, che di fatto si trovano a far parte dello stesso contenitore con militanti provenienti dal movimentismo sociale.

Forse è Possibile, il partito fondato da Pippo Civati dopo l’uscita dal PD, ad avere più chiara la situazione: se non altro, per la consapevolezza dell’assenza di risposte già esistenti alla crisi dei nostri sistemi sociali, economici e politici. Il tentativo di Civati, ambizioso, è di costruire un progetto di governo a partire dal coinvolgimento di reti sociali, civiche e di cittadinanza che di fatto negli ultimi anni sono rimaste escluse dall’agenda politica, in dichiarata opposizione alle politiche che negli ultimi anni sono state portate avanti da Renzi (e da Monti e Berlusconi prima di lui).
Il problema più evidente di Possibile è che sconta un radicamento nei territori tutt’altro che capillare, principalmente al Sud.

A questo proposito, proprio quello geografico è un dato che sembra essere sempre più importante; tra i protagonisti di questa fase ci sono numerosi politici provenienti dal Mezzogiorno, come se il baricentro politico della sinistra si stesse spostando sempre più verso Sud: De Magistris, Emiliano (che in futuro è probabile si candidi a guidare il PD), Scotto, ma anche lo stesso D’Alema che ha in Puglia il suo fortino di consensi. Ed è a Sud che deve guardare la sinistra, dove c’è più bisogno, dove la disoccupazione è più alta, dove il tessuto socioeconomico è più debole, dove i servizi sono più carenti e dove c’è la fuga dal sistema di istruzione.

Peccato che, in queste condizioni, la sinistra non sia in grado di rispondere a nessuna di queste istanze. Mentre in tutto il mondo i candidati di sinistra aggregano cittadini e giovani intorno alle proprie idee, sono bastati i due mesi passati dal referendum costituzionale per tornare alla balcanizzazione di quelli che, seppur a fatica, erano riusciti a mettersi insieme per il no alla riforma.

E dunque si torna al punto di partenza: pur nel declino dell’ideologia neoliberale, è difficile che si riesca a unire tutti questi frammenti con una proposta politica comune, se non c’è un’idea di società e di mondo condivisa e condivisibile; e allora ancor maggior fastidio si prova a seguire questi dibattiti, completamente avvitati su sé stessi, quando si dovrebbe fare lo sforzo di guardare fuori, e ascoltare.

Lorenzo Fattori