Editoria che fa vittime: Hemingway, Orwell, Nabokov, Melville, Sylvia Plath, Stephen King, Marquez, Arthur Conan Doyle e si potrebbe continuare fino a stilare una lista di più di cinquanta grandi nomi della letteratura mondiale di tutti i tempi, che prima di diventare famosi ricevettero ben più di una bocciatura dai proprio editori.

“Questo Orwell è impubblicabile!”, queste sono state le parole del direttore della casa editrice Faber & Faber a cui Orwell, nel 1944, aveva inviato il manoscritto de La fattoria degli animali. Viene da chiedersi chi fosse quest’uomo che rifiutò quello che poi sarebbe diventato uno dei grandi capolavori dello scrittore. Ebbene, il direttore era T.S. Eliot, il grande scrittore de “La terra desolata”, che quattro anni dopo avrebbe vinto il Nobel per la Letteratura.

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A quanto pare può accadere che un grande non ne riconosca subito un altro se, oltre a Eliot, pensiamo a quando Elio Vittorini, collaboratore di Einaudi, rifiutò Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa ritenendolo non idoneo alla pubblicazione. Tomasi di Lampedusa, a causa di questo errore di valutazione, non riuscì nemmeno a godersi il successo del suo capolavoro poiché morì prima di vederne la pubblicazione.

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O quando Cesare Pavese bocciò Se questo è un uomo di Primo Levi ritenendolo “non convincente”, o ancora Alberto Moravia che dovette pubblicare a sue spese “Gli indifferenti”, senza dubbio il suo capolavoro.

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Un altro clamoroso caso letterario fu quello che accompagnò la pubblicazione di Lolita, il celebre romanzo dello scrittore russo Vladimir Nabokov: dopo aver subito un rifiuto accompagnato da commenti non proprio gradevoli – “Consiglio di seppellirlo sotto una pietra e tenerlo lì per almeno mille anni” – Nabokov continuò ad inviare il manoscritto agli editori di tutto il mondo, fino a sbarcare in Francia, presso una casa editrice specializzata in romanzi erotici.

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Tra i romanzi più recenti, è obbligatorio accennare alla critica mossa a L’ombra del vento di Carlos Ruiz Zafòn, che secondo gli editori avrebbe venduto solo tre copie; le copie invece furono più di 8 milioni. JK Rowling, la creatrice del mago più famoso del mondo, non solo fu bocciata ma le fu anche consigliato di seguire un corso di scrittura.

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Tornando ancora un po’ indietro nel tempo, occorre ricordare il grande rifiuto mosso a Ernest Hemingway dalla sua casa editrice quando inviò il manoscritto di Fiesta:  “Ho trovato il suo libro noioso e offensivo al tempo stesso. Non sarei sorpresa di scoprire che ha scritto tutta la storia chiuso dentro a un club, con il pennino in una mano e un bicchiere di brandy nell’altra”. Probabilmente sul club e sul brandy non si era sbagliata poiché lo scrittore era un grande bevitore, ma di certo l’editrice non conosceva i gusti letterari del suo pubblico.

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“Per il tuo bene, non pubblicare questo libro”, queste furono le parole con cui venne stroncato dall’editoria L’amante di Lady Chatterley di Lawrence; “Non siamo interessati alla fantascienza distopica. Non vende” dissero, invece, a Stephen King quando inviò il manoscritto di Carrie. L’Ulisse di James Joyce fu definito “una noia mortale” da niente di meno che Virginia Woolf.

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“Deve essere proprio una balena? Il Capitano non potrebbe essere in lotta con la propria depravazione verso giovani e magari voluttuose signorine”, dissero a Melville quando cercò di far pubblicare Moby Dick; a Sylvia Plath, invece, bocciarono La campana di vetro facendole sapere che “doveva usare il suo talento più efficacemente”.

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Che siano stati ingenui errori di valutazione – anche l’editoria è composta da esseri umani –  o dure critiche mosse da colleghi non troppo giudiziosi – a volte i gusti soggettivi potrebbero aver preso il sopravvento – non ci è dato saperlo, ma questi clamorosi casi letterari mostrano come la perseveranza e la non arrendevolezza dei rifiutati siano poi stati premiati con la fama mondiale e consacrati a capolavori.

Maria Pisani

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