Il Museum of Modern Art  (notoriamente conosciuto come MoMA) si ribella  e mette a segno la sua contromossa in pieno contrasto con le decisioni presidenziali.

In principio. Lo scorso 27 gennaio il presidente americano Donald Trump firmava il decreto sull’immigrazione: con il Muslim ban venivano approvati la sospensione, di 120 giorni, per il programma di ammissione dei rifugiati e il divieto d’ingresso negli Stati Uniti, per  tre mesi, valido per cittadini provenienti da 7 paesi musulmani: Siria, Libia, Iran, Iraq, Somalia, Sudan e Yemen.

Limiti razziali, dunque, che agli occhi del presidente Trump andrebbero a tamponare ciò che “è dannoso per gli interessi del Paese”.

Divieti impensabili che sono arrivati a toccare non solo le stalle ma anche le stelle: Hollywood continua a piangere l’esclusione del regista iraniano Ashgar Farhadi dalla famigerata Notte degli Oscar, che si terrà il 26 febbraio 2017 al Dolby Theatre di Los Angeles. Il regista, vincitore nel 2012 con La Separazione come miglior film straniero, non potrà presiedere all’evento, insieme alla troupe del suo film Il Cliente, per una clamorosa beffa del destino che porta la firma della Casa Bianca.

In medias res. Il MoMA, inorridito davanti a tali direttive, ha deciso di protestare e, tanti quanti il numero dei paesi esclusi, ha deciso di proporre opere d’artisti sudanesi, iracheni e soprattutto iraniani: 7 opere installate nella notte di giovedì, nella galleria del quinto piano, che hanno preso il posto dei lavori di alcuni autori occidentali.

D’accompagnamento, un messaggio per ogni opera scelta:

“Questo è il lavoro di un artista di uno dei Paesi ai cui cittadini è negato l’ingresso negli Stati Uniti, secondo il decreto del presidente. Questo è uno dei lavori della collezione del museo installati per affermare l’ideale di accoglienza e libertà come vitale per il MoMa e per gli Stati Uniti”.

Picasso, Matisse e Picabia lasciano gentilmente spazio alle opere dell’architetto iracheno Zaha Hadid, della video artista iraniana Tala Madani,  dello scultore Parviz Tanavoli, del disegnatore Charles Hossein Zenderoudi, del fotografo Shirana Shahbazi e dei pittori Marcos Grigorian e Ibrahim el-Salahi. Inoltre, Siah Armajani, con una grande scultura in alluminio, acciaio e specchi, affaccia sul giardino del Museo.

Quella del MoMA è stata la prima protesta formale, da parte di un museo, che capovolgesse i dettami di Trump dalla sua proclamazione, risalente all’ 8 novembre scorso.

Dopo vari campanelli di allarme, lo sciopero #J20 Art Strike e diverse mobilitazioni di singoli individui (come la protesta sotto la Trump Tower ad opera di 150 mila tra artisti e curatori newyorchesi), è ancora una volta la determinata lotta per una libera espressione, senza razze, etnie o sesso a radunare il consenso.

Dopotutto, quindi, abbiamo ancora un sogno.

Pamela Valerio