Toni Servillo, per la celebrazione dei 150 anni dalla nascita di Benedetto Croce, ha dato il suo ultimo spettacolo al Teatro Bellini, dopo il grande successo avuto già con “Elvira”.

Sono molte le manifestazioni tenute in memoria del grande filosofo, storico, politico e scrittore abruzzese, ma in quest’occasione, tenuta nella serata del 6 febbraio, Benedetta Craveri, nipote di Croce e membro del Consiglio Direttivo della Fondazione Biblioteca Benedetto Croce, è rimasta soddisfatta dello stampo umano e profondamente sentito che il reading di Servillo è riuscito a donare al pubblico.
“Entriamo nei pensieri di Croce, senza pensare che siano spettacolarizzati” esordisce Servillo, invitando il pubblico ad applaudire solo alla fine, per non interrompere la lettura dei testi.

I tredici brani, accuratamente scelti da Giuseppe Galasso, riescono a delinearci un profilo fragile, di un uomo che passo dopo passo ricostruisce la sua vita ed indaga la sua infanzia per comprendere i primi sintomi del suo essere. Cresciuto con un nonno borbonico, tra le letture consigliate da un gesuita, formatosi dapprima in un collegio cattolico di stampo neoguelfo e con clientela borbonizzante e qui tenuto lontano dalle rivolte e dalla politica, Croce capì che la sua curiosità nei confronti del mondo poteva dissetarla lui soltanto; eppure la sua mente, sin troppo affollata, non sembrava poterlo rendere un adatto studente o autoditatta.

Dopo il terremoto del 1883 giunse a Roma da orfano, e fu preso sotto la protezione di Spaventa. Qui ampliò i suoi orizzonti, aprì gli occhi al mondo, ma lo fece con i timori dettati dalle sue ansie giovanili, ansie che col crescere divennero un’angoscia cronica e che lo hanno sicuramente reso un ragazzo fin troppo maturo, “mi fecero vecchio prima che giovane” legge Servillo.

Dopo i contatti con il professore Antonio Labriola, Benedetto Croce cerca una strada per la conoscenza. La sua realtà gli sembra sommersa dall’egoismo e dal materialismo. Il suo pensiero pessimistico si conforma anche al bisogno di adempiere ai doveri morali. Il segreto è mettere in armonia se stesso, perché il cuore si fa buono solo con l’intelligenza nelle cose, “…filosofavo per il bisogno di soffrir meno.”

Alla fine della guerra Croce descrive quel senso di gioia che gli è sembrato inizialmente meno forte di quello del dolore. Una gioia che non è straripata con forza, ma che è rimasta quasi ovattata, pacata e sommessa. Nonostante ciò, la felicità non è meno sentita della tristezza. Il Nostro comprende che i sentimenti positivi includono in se stessi una recondita ansia per il futuro, ansia che si proverà soprattutto con la caduta di Mussolini, la liberazione di un male che era al centro dell’anima.

Provare gioia significa aprire davanti a noi una serie di possibili scenari capaci di cambiarci e rivoluzionarci. Questa stessa situazione la paragona all’episodio della Chanson de Roland, quando lo scenario si apre a nuove imprese e fatiche. La chiave di tutto sarà sempre la conoscenza che è in rapporto con la storia e, per il benessere della nostra anima, un raccoglimento verso Dio, senza sforzi, né una serie di atti egoistici per ingraziarci il Paradiso.

“Vi ringrazio, io ho solo il merito di aver letto pagine di vibrante attualità” sono le parole di Servillo, dopo il caloroso applauso del pubblico e del presidente Vincenzo De Luca.

A salire sul palco è stato anche un membro dell’associazione culturale Benedetto Croce.
“Due parole: è difficile dire qualcosa di sensato dopo quelle del grande filosofo e dell’interpretazione di Servillo. Siamo abituati a leggere silenziosamente e concentrati, ma questa è una modalità recente, che risale al periodo umanistico. La lettura ad alta voce ci dà ritmo, assonanze, un approfondimento del testo stesso che quella interiore certamente non può offrirci.”

Alessia Sicuro

 

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Diplomata al liceo scientifico sperimentale PNI, matricola alla facoltà di lettere moderne della Federico II, ha sempre voluto avere una visione a 360 gradi di tutte le cose. Accortasi che la gente preferisce bendarsi invece di scoprire ed affrontare questa società, brama ancora di tappezzare il mondo coi propri sogni nel cassetto. Divora libri, vecchie storie, vorrebbe guardar il futuro con degli occhiali magici per riportar solo belle notizie alla gente disillusa. Vorrebbe indossare scarpe di cemento per non volar sempre con la fantasia, rintagliarsi le sue ali di carta per dimostrare, un giorno, che questa gioventù vale! Vorrebbe esser stata più concreta fin dall’inizio, essere interessata ai soldi come tutta la gente normale e non sentirsi in pace col cosmo solo perché sta inforcando una penna. Si, vorrebbe, ma bisogna sempre svegliarsi.

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