Il calcio italiano non attraversa il momento più brillante della propria storia. L’incapacità di restare al passo con i tempi e la mancanza di una visione comune sul prodotto hanno portato ad una regressione della qualità globale. Meno qualità e meno soldi uguale competitività al ribasso. Una formula matematica che ha come conseguenza una sceneggiatura annuale che non presenta mai risvolti di trama: vince sempre la stessa squadra (Juventus e Inter si sono divisi 10 degli ultimi 11 campionati) e la retrocessione coinvolge sempre le solite (neo promosse).

A rendere ancora più drammatica la situazione delle squadre che retrocedono sono le prospettive future. In un contesto in cui gli introiti televisivi rappresentano quasi il 60% del totale, è complicato riuscire a sopravvivere nonostante il paracadute. Da quando siamo entrati nel terzo millennio, sono 10 le società che sono fallite nei tre anni successivi alla retrocessione. Somma che sale a 11, se calcoliamo anche la Reggina (fallita 6 anni dopo):

  • Napoli, retrocesso nel 2001 e fallito nel 2004;
  • Fiorentina, retrocessa nel 2002 e fallita nello stesso anno;
  • Venezia, retrocesso nel 2002 e fallito nel 2005;
  • Como, retrocesso nel 2003 e fallito nel 2004;
  • Torino, retrocesso nel 2003 e fallito nel 2005;
  • Perugia, retrocesso nel 2004 e fallito nel 2005;
  • Ancona, retrocesso nel 2004 e fallito nello stesso anno;
  • Treviso, retrocesso nel 2006 e fallito nel 2009;
  • Messina, retrocesso nel 2007 e fallito nel 2008;
  • Siena, retrocesso nel 2013 e fallito nel 2014.

retrocessione

Come possiamo ben vedere, ci sono state anche vittime illustri. E sarebbero potute essere di più se non fossero intervenute le banche a salvare Lazio e Roma. Colpa di una capacità inesistente di pensare allo sport come business invece che come mecenatismo, che ha comportato per decine di anni l’immissione di liquidità in un sistema corrotto (nel senso di non funzionante). Un fardello che paghiamo oggi e chissà ancora per quanto tempo. Un fardello che ha subito il Parma pochi mesi fa e che rischia di subire qualcun altro in futuro. Nella stagione 2014/15, la Serie A ha rendicontato un debito di oltre 2.4 miliardi di euro, di cui 1.1 miliardi solo nei confronti delle banche. E al di là di Juventus ed Udinese, nessuno ha un indebitamento a favore di investimenti nel medio-lungo periodo.

In tutto questo, le società “piccole” non hanno altra possibilità che sperare di capitalizzare attraverso il player trading, perché di progetti concreti per gli stadi (tranne il Cagliari) non ve ne sono e la distribuzione dei diritti tv pende notevolmente dalla parte delle big, con una differenza di rapporto di 4.7 a 1. Di questo passo, le squadre che vengono promosse in A non avranno mai neanche la minima chance di competere e il rischio che le ultime tre diventino degli sparring partner è sempre più elevato. E come potrebbe essere altrimenti, se delle squadre con 14-16 milioni di spese per gli ingaggi (Crotone e Pescara) sono costrette a misurarsi con realtà che spendono anche 10 volte di più (Juventus, 145 milioni)?

Le squadre che retrocedono vivono l’incubo del fallimento. Ed è uno dei motivi per cui non torneremo mai ad una Serie A a 18 squadre, come molti vogliono: per arrivare ad una decisione del genere è necessario che almeno dodici presidenti su venti votino a favore ma, considerando che più o meno sono altrettante le società che lottano per non retrocedere ogni anno, è utopistico pensare che qualcuno voti una riforma che potrebbe danneggiarlo. Dunque, stallo. Tutto resta com’è. Finché non fallirà qualcun altro e dovremo nuovamente affrontare il problema invece di prevenirlo. Il solito, insomma.

Michele Di Mauro