Le diversità sulla politica riguardante l’immigrazione tra Stati Uniti e Canada, in concomitanza a una decisa presa di posizione del presidente Trump, potrebbe causare non pochi problemi al multiculturalismo portato avanti dal premier Trudeau.

«Questa solitudine ci accompagnerà nei mesi e negli anni a venire, forse per sempre». È così che Stephen Marche, scrittore e opinionista canadese, descrive la situazione del suo paese, quasi a definirlo come ultimo baluardo nel mondo occidentale per un multiculturalismo che, grazie a una campagna politica ben mirata, è riuscito a esprimersi come forza trainante di tutto il movimento liberale in Canada.

L’affermazione di Marche riflette una situazione storico-politica ben delineata: il Canada è stato il primo al mondo ad adottare il multiculturalismo come intento ultimo e fondamentale riguardante la politica del proprio paese. In altri termini, dal 1971 il governo di Ottawa ha scelto di intraprendere la strada dell’integrazione dei richiedenti asilo o degli immigrati, facendo però sì che essi non abbiano solo il diritto di poter esprimere la propria cultura religiosa e/o sociale, ma che essa stessa diventi una parte del mosaico culturale della società canadese.

Il Premier eletto nel 2015, Justin Trudeau, non ha nascosto la necessità per il suo paese di mantenere la linea politica del multiculturalismo, dando risposte importanti non soltanto nei comunicati stampa, ma soprattutto nella scelta delle poltrone che sarebbero spettate ai ministri. Un esempio lampante è stato la nomina di Ahmed Hussen come Ministro dell’Immigrazione, dei Rifugiati e per la Cittadinanza canadese.

Ahmed Hussen fuggì dalla Somalia dilaniata dalla guerra civile e giunse in Canada nel 1993 come profugo. Negli anni che susseguirono conseguì due lauree, una in Storia a Toronto (2002) e una in Legge a Ottawa (2012), che gli permisero di costruirsi una propria carriera politica. Ricevette prima la nomina di presidente nazionale del Canadian Somali Congress (CSC) e consecutivamente fu eletto membro del “Cross-Cultural Roundtable on Security” canadese, attivo nell’ambito della sicurezza nazionale sotto il governo di Stephen Joseph Harper.

È bene sottolineare come, però, la scelta politica del Canada riguardo al multiculturalismo abbia radici ben più profonde e ragioni ben più evidenti.

Pierre Trudeau, padre di Justin, è stato il quindicesimo primo ministro canadese, e agli inizi degli anni ’70 dovette confrontarsi con la problematica portata in auge dai separatisti del Québec. La divisione sociale che stava affondando il paese stava creando non pochi grattacapi al Partito Liberale canadese, il quale non perse l’occasione di creare i presupposti per un’affluenza di votanti che potesse reindirizzare le sorti del partito. La politica del multiculturalismo, da questo punto di vista, assume quasi le vesti di strumento politico, nel quale il mosaico che si viene a creare pone le prerogative per poter accostare al multiculturalismo sì il sinonimo di civiltà e progresso, ma anche di necessità.

La stessa necessità che il nuovo Premier, Justin Trudeau, ha dovuto affrontare in questi anni di governo. Da Toronto a Vancouver, quasi il 50% della popolazione è formato da minoranze, oltre al fatto che un quinto dei canadesi è nato all’estero. La politica di integrazione effettuata in questi anni dal governo di Ottawa è conseguente a una ricerca del liberismo più radicale, nel quale ognuno possa prendere parte inserendo un proprio “tassello”. È comunque lo stesso Primo Ministro ad affermare che «There is no core identity, no mainstream in Canada»: nessuna cultura predominante, la società si costruisce con le proprie diseguaglianze.

E adesso?

Con l’elezione negli Stati Uniti di Donald Trump, la situazione potrebbe complicarsi più di quanto non lo sia già.

Negli Stati Uniti non possiamo parlare di integrazione se non si assume come sinonimo fondamentale il termine patriottismo. La bandiera a stelle e strisce diviene un simbolo da difendere e proteggere; la sua forza esiste nei limiti della sua influenza su coloro che compongono la società e, di conseguenza, lo spazio per lo sviluppo delle diversità culturali non si esprime se non inglobato nella formazione indotta di una società conformata allo sviluppo della sua unità. Questo aspetto della cultura statunitense viene a scontrarsi con i problemi derivanti da un’immigrazione sempre più crescente che, durante questi anni, ha portato alla formazione di vere e proprie aree in cui le molteplicità culturali hanno ristagnato, venendosi così a creare dei bacini di diversificazione che limitano l’integrazione tra popolazione e migranti, ma hanno favorito lo sviluppo, sebbene a rilento, di uno spirito nazionale ben definito.

Ma cosa può cambiare con l’elezione di Trump?

Si giunge al 28 gennaio 2017, quando il neo Presidente dimezza l’accoglienza dei rifugiati e blocca i visti per 120 giorni ai cittadini di Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Yemen e Siria.

Questo stallo potrebbe portare delle conseguenze ben più importanti al vicino Canada, che vedrebbe così giungere ai propri confini ulteriori migranti da questi paesi. Non sarebbe un problema per il Primo Ministro Trudeau, in quanto il suo paese ha aperto l’accoglienza a coloro che fuggono da paesi in guerra civile, ma quando si tratta di immigrazione proveniente dagli stessi Stati Uniti? Il ministro canadese Hussen ha rivelato che: «Abbiamo appena scoperto che, per esempio, il governo degli Stati Uniti sta lasciando entrare nel nostro paese qualche centinaio di rifugiati che erano già sulla loro strada per entrare negli Stati Uniti».

Esiste quindi un accordo tra il Canada e gli Stati Uniti?

Il Safe Third Country Agreement siglato dai due paesi dopo l’attacco dell’11 settembre enuncia, infatti, come i migranti che sbarcano sulle coste di uno dei due possano richiedere asilo solamente nel paese in cui sono effettivamente giunti e non possano fare domanda all’altro. Questo accordo fa parte però di un progetto ben più grande, ovvero lo Smart Border Declaration nel quale il Canada e gli Stati Uniti condividono informazioni e  logistica per una coordinazione efficace sul controllo delle frontiere.

Trudeau si dovrà quindi confrontare con la nuova amministrazione degli Stati Uniti, mentre in Canada, a causa dell’attacco alla moschea di Québec City di pochi giorni orsono, il multiculturalismo ha mostrato punti deboli: è stato proprio il premier del Québec Philippe Couillard ad aver dichiarato come «la xenofobia, il razzismo e l’esclusione sono presenti in questa regione». Punti deboli che emergono da un generale senso di apertura e tolleranza ma che sottolineano come il multiculturalismo canadese abbia ancora da lavorare ulteriormente per progredire a una coerente e distesa integrazione culturale e sociale, che ora come ora i cittadini canadesi stentano a vedere realizzata.

Analogamente, la scomparsa di Rob Ford, il contestato politico canadese, può essere un espediente per confrontare la politica nazionalista di Trump con quello che è stato il personaggio rappresentativo dell’anti-establishment in Canada. Rob Ford, sindaco di Toronto nel 2010, e Donald Trump, neo presidente degli Stati Uniti. Due ricchi populisti, divenuti il simbolo della lotta all’estamblishment, hanno condiviso lo stesso carattere fuori dagli schemi che ha portato non pochi riflettori puntati su di loro nel corso del tempo.

Ma quanto è possibile accostare i loro pensieri politici?

È doveroso sottolineare come la carriera politica di Ford si sviluppi nel decennio in cui è stato consigliere comunale di Toronto, la città che poi lo ha eletto a primo cittadino nel 2010. Se quindi da una parte è da notare un percorso politicamente più strutturato, che ben differisce con la storia marcatamente imprenditoriale del presidente Trump, si riscontra una vicinanza tra i due che ricorre non solamente nell’empatia che trasmettono ai propri elettori, ma soprattutto per una forte politica conservatrice. Questo tipo di similitudini ha fatto crescere in loro la somiglianza più rilevante: ovvero essere divenuti quell’oggetto anti-casta, anti-establishment, quel punto di rottura con la politica convenzionale, che ha smesso di rappresentare i cittadini a favore di una “classe” più ristretta della società. Insomma, hanno occupato quel posto lasciato vuoto, il populismo che viene a opporsi, come alternativa, alla “solita” classe dirigente.

Niccolò Inturrisi

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Nasce il 26 febbraio 1995 a Firenze, dopo aver terminato gli studi liceali nel 2015 lascia l’Italia e si trasferisce con la famiglia in Olanda, ad Amsterdam. Ora continua a lavorare come magazziniere in attesa di intraprendere gli studi. Il libro che lo ha colpito più di tutti è stato “La bestia umana” di Zola. Se proprio gli chiedessero di scegliere un autore preferito, opterebbe però per Dostoevskij. Coltiva molte altre passioni, tra cui la musica, nella quale si è cimentato per qualche anno suonando chitarra elettrica e basso. Ascolta tutti i generi possibili e il suo gruppo preferito in Italia restano gli Zen Circus, anche se adora De Andrè e Lucio Dalla (ma ne potrebbe citare molti altri), ma il suo primo amore rimangono i Pink Floyd. Grazie alla famiglia si porta dietro praticamente da tutta la vita la passione per il cinema. Adora Fellini e Monicelli, ma non disdegna anche registi esteri come Lynch, Scorsese e Tarantino.

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