Cari lettori, bentornati all’appuntamento settimanale con WhatsHappening, la rubrica di geopolitica di Libero Pensiero. Anche questo sabato passeremo in rassegna i fatti più rilevanti accaduti nel mondo durante questa settimana. Iniziamo:

ELEZIONI IN SOMALIA: L’INIZIO DI UNA NUOVA ERA COL PRESIDENTE “FARMAJO”

Era dal 1969 che in Somalia non avevano luogo le elezioni. Ma lo scorso mercoledì 8 febbraio i cittadini somali hanno visto questo sogno avverarsi. Promesse dall’ex presidente Mohamoud, iniziate con l’elezione delle Camere nell’ottobre 2016, le elezioni hanno finalmente concluso il loro iter durante questa settimana, regalando al paese una reale speranza di cambiamento e un nuovo presidente. Si tratta di Mohamed Abdullahi Mohamed, meglio conosciuto come “Farmajo”, che ha già fatto parte del governo nel 2011-12 come primo ministro e che è conosciuto per i suoi afflati nazionalisti. whatshappeningIl presidente, che ha la doppia cittadinanza americana e somala, ha parlato di un nuovo inizio per la sua terra: «È l’inizio della guerra contro i terroristi. È l’inizio della guerra contro la corruzione». Tuttavia, proprio su quest’ultima molti hanno da ridire: è stata denunciata una forte corruzione nei mesi prima delle elezioni, con tanto di tangenti. Nel frattempo la gente è scesa per le strade, esultando per il presidente Farmajo e soprattutto per aver fatto un passo avanti verso la risoluzione dei problemi del paese. Le prime situazioni che il nuovo presidente dovrà affrontare, infatti, saranno i nodi del terrorismo e dell’economia del paese.

ISRAELE LEGALIZZA GLI INSEDIAMENTI: VIOLAZIONE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE?

La legge che avrebbe legalizzato retroattivamente le abitazioni israeliane sorte su terreni di proprietari palestinesi in Cisgiordania è stata approvata in via definitiva dalla Knesset lunedì 6 febbraio. Ai proprietari espropriati, secondo la norma, non spetta la restituzione della proprietà, bensì un risarcimento economico o la possibilità di scegliere un altro terreno. Per Riyad Mansour, Osservatore Permanente dello Stato di Palestina alle Nazioni Unite, «questo “disegno di legge” è la continuazione di una lunga serie di politiche e pratiche israeliane illegali in oltre mezzo secolo di occupazione del territorio palestinese e di oppressione del popolo palestinese». whatshappeningInvero, la problematica maggiore legata al provvedimento – che ha riscosso la contrarietà dell’UE, dell’ONU e anche della Turchia – è l’avere oltrepassato un confine che sino ad ora Israele si era limitato a osservare da lontano: il governo di Netanyahu è intervenuto legalmente sui territori occupati, un atto che sfida il processo di pace con la Palestina e che sembra sottintendere la volontà di estendere la propria influenza alla Cisgiordania. Il portavoce di António Guterres ha espresso la contrarietà del Segretario Generale, dichiarando che «questo progetto di legge è in violazione del diritto internazionale e avrà conseguenze legali di vasta portata per Israele».

IN ROMANIA NON SI PLACANO LE PROTESTE

In Romania, oltre 500 mila persone si sono riversate in strada per protestare contro il governo. Le manifestazioni, iniziate lo scorso 31 gennaio, sono proseguite senza pause per otto giorni: si è trattata della contestazione più massiccia dalla rivoluzione del 1989, quando una rivolta popolare ha posto fine al regime comunista di Nicolae Ceaușescu. Scintilla della protesta è stata l’approvazione, da parte del governo, di una serie di leggi per ridurre le pene per reati di corruzione. whatshappeningLiviu Dragnea, leader dei socialdemocratici, partito di maggioranza, è accusato di frode nei confronti dello Stato e potrebbe beneficiare delle nuove misure. A seguito delle contestazioni, il 4 febbraio il governo ha deciso di ritirare il decreto e alcuni membri dell’esecutivo hanno rassegnato le dimissioni. Ma le manifestazioni non si fermano: i cittadini romeni chiedono di ritornare alle urne e accusano il governo di aver perso qualsiasi credibilità. Ad alcune proteste in piazza ha preso parte anche Klaus Iohannis, il presidente della Repubblica, che ha condannato le depenalizzazioni, dichiarando che «Il Paese ha bisogno di un governo trasparente, che sia prevedibile, alla luce del giorno» e che non agisca «di notte di nascosto».

LA MONGOLIA FA CRACK

La Mongolia è vicina alla bancarotta. La crisi economica che ha colpito l’Eurasia è giunta anche in questo Stato, dove la diminuzione dei prezzi delle materie prime, il collasso degli investimenti stranieri e soprattutto quelli da parte della vicina Cina, hanno portato ad un calo del valore della moneta, il tugrik. whatshappeningI cittadini mongoli sono intervenuti personalmente donando i propri beni allo Stato come contanti e oro, anche il bestiame, nel tentativo di mettere insieme i 580 milioni di dollari necessari per rimborsare i titoli pubblici in scadenza. Una soluzione potrebbe arrivare dal primo ministro Jargaltulga Erdenebat che spiega di aver già risolto il problema del debito, in più aggiunge: «Il governo non può proibire l’inizio di nessuna campagna intrapresa dai cittadini. Il parlamento ha deciso di spendere le donazioni volontarie investendo sulla salute, l’istruzione, la diminuzione dell’inquinamento e il miglioramento delle infrastrutture pubbliche».

IL CILE RATIFICA L’ACCORDO DI PARIGI

Heraldo Munoz CIleIl governo cileno ieri ha annunciato la ratifica dell’accordo di Parigi sul cambiamento climatico, un accordo — per adesso firmato da 195 membri, tutti partecipanti alla conferenza sul cambiamento climatico, la cosiddetta COP21 — teso alla definizione di un piano d’azione globale per limitare il riscaldamento globale al di sotto dei 2°C ed evitare anche l’avvenire di cambiamenti climatici repentini e pericolosi. «Il Cile ha partecipato in maniera attiva», ha commentato Heraldo Munoz, Ministro degli Esteri cileno, che poi ha aggiunto come la ratifica sia «il riconoscimento di importanti argomenti per i nostri interessi, come, ad esempio, l’adattamento ai cambiamenti climatici, il collegamento alla conservazione degli oceani e la mitigazione dell’impatto di questo fenomeno». Munoz ha detto anche che «il Cile è uno dei paesi più vulnerabili e colpiti dai cambiamenti climatici» e che tale accordo permetterà al paese di «realizzare i cambiamenti necessari per lo sviluppo più resistenti, basse emissioni». Infine, il ministro ha concluso assicurando sul fatto che il Cile, da qui in avanti, si impegnerà non solo a rispettare l’accordo, ma anche a promuovere politiche sul cambiamento climatico, nonché a proseguire la propria strada verso lo sviluppo sostenibile.

TRUMP: VIA ALL’OLEODOTTO ODIATO DAI SIOUX

Nella giornata di mercoledì è alla fine arrivato il via libera di Donald Trump per la costruzione dell’oleodotto Dakota. La società che provvederà a costruirlo, la Energy Transfer, ha annunciato la chiusura dei lavori per il prossimo trimestre. Proprio nel momento in cui Trump dava il suo assenso, Dave Archambault II, capo della tribù Sioux, era in viaggio verso Washington per un incontro chiarificatore – un incontro che non è mai avvenuto, e che quindi lascia l’amaro in bocca a chi credeva che una trattativa col neopresidente fosse possibile. L’oleodotto costerà 3,8 miliardi di dollari e collegherà Nord Dakota e Illinois. whatshappeningI lavori devono essere solo completati, dato che erano partiti già sotto l’amministrazione Obama prima di essere stoppati a settembre. Sia per quanto riguarda il muro con il Messico che per questo oleodotto, Trump sta quindi rispolverando vecchi progetti che appartennero nel tempo alla politica americana. Si prevedono ovviamente grandi manifestazioni sia delle numerose organizzazioni ambientaliste che si stavano battendo contro l’oleodotto, sia degli stessi Sioux, i più colpiti dal provvedimento, che ignorati e arrabbiati, potrebbero presentare appello.

Hanno collaborato: Nicola Capussela, Rosa Ciglio, Elisabetta Elia, Andrea Palumbo, Valerio Santori, Rosa Uliassi