“Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo. Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte”.

Con queste parole Michele, giovane precario di trent’anni, ha deciso di togliersi la vita. Una lettera struggente per congedarsi da un mondo che l’ha rifiutato, pubblicata qualche giorno fa dai suoi genitori e subito diventata l’ennesima pietra dello scandalo per la bella italietta dormiente, il nuovo argomento di baruffa virtuale su cui azzuffarsi tra il cordoglio e lo sgomento, magari in attesa di qualcosa di più interessante.

Cari lettori, nel suicidio di Michele c’è più di una ragionevole compassione. Le sue parole, nette, taglienti, raccontano di una generazione intera che sperimenta sulla propria pelle i drammi quotidiani della precarietà, dell’assenza di prospettive, dell’inadeguatezza. Il suo gesto estremo, che purtroppo va ad aggiungersi a quello identico di centinaia di altri prima di lui, rappresenta però qualcosa di diverso, di emblematico: fino a diventare crocevia della storia, spartiacque definitivo tra il mondo così come ci illudevamo che potesse essere e il mondo così come ci siamo resi conto che non sarà mai.

Il brainch della domenicaAveva la mia stessa età, Michele, ed i miei stessi problemi. Problemi comuni a centinaia di migliaia di altre persone, alla categoria degli “esodati dalla storia”, i marginalizzati dalla follia del profitto, i condannati all’agonia dei diritti e del senso d’umanità. Le sue parole sembrano riecheggiare l’animo di così tanti di noi che se ne potrebbe fare un manifesto generazionale. Eppure no, non sono mancati i benpensanti che si sono affrettati a etichettare il suo “errore” come una mancanza di volontà (chissà se hanno mai letto Schopenhauer), come una pavida resa.

Penso che siamo tutti d’accordo, se dico che togliersi la vita è un atto così triste e doloroso che nessuno di noi vorrebbe essere qui a parlarne – tantomeno io. Ma per rispetto a quella vita dovremmo fare lo sforzo di aprire gli occhi e squarciare l’ipocrisia perbenista che acceca i nostri ragionamenti. Siamo davvero sicuri che Michele si sia arreso?

Vedete, la sofferenza è il più efficace dei filtri. Attraverso la sofferenza siamo in grado di discernere con assoluta precisione le priorità e le frivolezze, gli amici ed i nemici, i valori che reputiamo fondamentali e le quisquilie superflue. Mentre il dolore acceca il senso del giudizio, la sofferenza lo acuisce portandoci ad un diverso livello di percezione: bisogna stare attenti a non confondere le due cose; bisogna stare molto attenti. Quella di Michele, precario suicida, era una sofferenza di una lucidità disarmante.

“Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità”.

Tutta l’eccezionalità e la gravità del suo gesto si condensano in queste frasi. Il suicidio non è dettato da un raptus di follia o da un umore frustrato fino alle estreme conseguenze. È un atto di ribellione. Una rivoluzione esistenziale che fonda i suoi moti da un rifiuto netto: politico, sociale, economico. Avrebbe potuto fare diversamente, Michele? Sì, senz’altro sì.

Ma provateci voi, a portare in giro il cappio del fallimento annodato al collo. Provateci, ad essere inseguiti dall’angoscia ad ogni passo, ad ogni accenno di pensiero, ogni rintocco di orologio. Provate a trascinare la paura di vivere sul piatto della bilancia opposto alla paura di morire. Provate a guardarvi allo specchio ogni mattina e odiare ciò che vi hanno costretto a diventare, in nome di chissà quale legittima normalità.

Provate a dire che da soli si può cambiare il mondo, fatelo sulla sua lapide, sul ricordo di lui che sarà inciso come un monito di marmo nei nostri animi e nelle nostre coscienze fino al giorno in cui la smetteremo di prenderci in giro.

Solo allora, forse, potremo giudicare. Per adesso, invece, possiamo soltanto prendere esempio: perché Michele, in qualche modo, ha fatto la storia. La sua storia. Quella che gli inutili bigotti senz’anima e senza cervello che affermano che “il precariato è un valore” non potranno mai fare, perché loro sono nati già morti, loro non hanno mai vissuto.

Buona domenica, lettori cari.

Emanuele Tanzilli
@EmaTanzilli

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